The diary of Tendresse

Diario dell'ultima delle romantiche. O della prima delle ciniche. Dipende dai giorni.
venerdì, 30 maggio 2008

La penna, la gardenia e il rebound guy (due Jane e una Betty)

Domani è il mio compleanno - 36 primavere... o 36 inverni, forse, la primavera credo d'averla saltata - e casualmente, sempre di corsa, stirando o scrivendo al pc, ho visto tre storie di donne che mi hanno fatto pensare.

La prima l'ho incontrata in un film in dvd. "Becoming Jane". E' la storia di Jane Austen, l'autrice di classici come "Orgoglio e Pregiudizio", "Ragione e sentimento", "Persuasione", "Emma", ecc. Il film, lo dice il titolo, racconta come Jane, la ragazza di campagna che teneva i suoi racconti dentro un baule sotto un cassettone, sia diventata Jane Austen, la scrittrice famosa. E com'è successo?

In questa versione romanzata (della vita privata della Austen si conosce poco perché era molto riservata, come del resto richiedeva l'epoca) sembra che avvenga attraverso l'esperienza di un amore impossibile e della rinuncia.

Ti pareva.

Incontriamo Jane in una fase delicata: sua madre (molto simile alla signora Bennet di cui la Austen scriverà in "Orgoglio e Pregiudizio") preme perché si faccia notare dal nipote della ricca lady Gresham. All'epoca, come del resto ci insegnano tutti i libri futuri di Jane, i matrimoni non avevano praticamente mai a che fare con l'amore, ma erano contratti tutti giocati sulla presenza o meno di denaro. Jane, che è una sorta di Jo March ante-litteram, proprio non ci pensa. Vorrebbe il sentimento e dell'amore non sa granché.

Naturalmente - e questo capita solo nei film e nei libri, per quel che ne so - dato che lo sogna, l'amore arriva, all'improvviso. Con le sembianze impertinenti di Thomas Lefroy, giovane avvocato irlandese, mandato dallo zio a trovare i parenti in campagna, per calmare i bollenti spiriti. Questo Tom ha infatti qualche sfumatura di un certo Liam di nostra conoscenza (buon sangue irlandese non mente) e la sua entrata in scena è a torso nudo mentre fa a pugni e si intrattiene con le prostitute.

La prima impressione, tra lui e Jane, non è delle migliori. Lei reagisce nello stesso modo in cui, in "Orgoglio e Pregiudizio", Elizabeth reagisce a Darcy. Lo trova troppo raffinato e snob e lui critica un suo scritto considerandolo troppo forbito e ingenuo. Sembrano destinati a non piacersi, ma Tom si rivela affascinante e audace. Filtra lentamente sotto la pelle di Jane, la stuzzica, la spinge ad interrogarsi su se stessa come scrittrice e donna... Fa quello che dovrebbe fare ogni uomo per conquistare una donna: la vede e le dimostra di vederla.

In breve Jane si innamora di lui. E lui di lei.

Ma... c'è un ma. I soldi, ovviamente. Tom dipende da quelli di suo zio, giudice severo, che non può dimenticare la sorte della sorella, che per sposare il padre di Tom, ha perduto tutto ciò che aveva e ora vive in povertà. Si oppone strenuamente all'unione del nipote con una squattrinata come Jane e... Tom si arrende, non combatte. Jane è distrutta. Poco tempo dopo viene anche a sapere che lui si è fidanzato, con una ragazza ricca, gradita allo zio.

Dunque Tom Lefroy non è Darcy, bensì Willoughby, il giovane bello e fascinoso che spezza il cuore di Marianne in "Ragione e sentimento"?

Le cose non sono sempre quel che sembrano... Tom si rifà vivo. Ci ha provato ma non può vivere nell'ipocrisia. Propone a Jane di fuggire insieme e lei accetta. Per caso, però, scopre la verità: con i soldi che lo zio gli paga come avvocato, Tom mantiene i genitori e i fratelli a Limerick, in Irlanda. Per lei è disposto a mettersi contro lo zio. Ma facendo questo non potrà più aiutare la sua famiglia... Jane capisce di non poterlo permettere.

Lui si ribella, insiste che riuscirà a fare carriera, che insieme ce la faranno, ma Jane è irremovobile. Devastata ma risoluta ritorna a casa.

La ritroviamo molti anni dopo, ormai donna matura e scrittrice affermata. Ad una serata mondana rivede Tom. Lui è in compagnia della figlia maggiore, grande ammiratrice di Jane. E anche la ragazzina si chiama così, Jane. L'ultima inquadratura si chiude sulle mani della Austen: libere da anelli. Non si è mai sposata.

In conclusione... Jane ha agito bene o ha sbagliato? L'amore sarebbe bastato a combattere pregiudizi e povertà come auspicava Tom? O si sarebbe spento nei sensi di colpa e nelle recriminazioni come temeva Jane?

Chissà... Va detto che Thomas Lefroy non è un personaggio fittizio. Non è provato che lui e la Austen volessero sposarsi ma si sono conosciuti e pare che davvero lui abbia chiamato sua figlia Jane. Ha anche fatto davvero carriera, divenendo il presidente della Corte d'Irlanda.

Nel film è interpretato da James McAvoy, l'attore scozzese che tanto mi aveva colpita in "Espiazione". E confermo la mia buona opinione: non è il mio tipo, ma è l'eccezione che conferma la regola. A parte l'indubbio talento, è dotato di una profonda intensità, che lo rende un perfetto romantic lead. Non mancherò di tenerlo d'occhio.

A cosa mi ha fatto pensare "Becoming Jane"?

Jane Austen viene definita, per la sua epoca, una donna forte e moderna: per cui mi chiedo... perché quasi sempre, nei film e nei libri, le donne forti e moderne sono costrette a scegliere una vita solitaria?

Seconda storia.

Di un'altra Jane. In un altro film, "Tempo d'estate", un vecchio film di quelli che vengono trasmessi di pomeriggio. Ci sono finita sopra per caso, dopo che non lo vedevo da molto tempo. E' un film che ho sempre amato molto. Perché mi ci rivedo. La storia di Jane Hudson potrebbe essere la mia, sebbene credo che la mia sarebbe meno romantica e parecchio più banale.

Jane è un'americana non più giovanissima che finalmente corona il sogno di una vacanza in Italia. Soprattutto a Venezia. Ci arriva piena di entusiasmo, con il sogno segreto di ogni "vecchia vergine": la speranza che cambiando luogo e realtà, si possa anche cambiare pelle e trovare ciò che si è cercato per una vita. E la Venezia mostrata dalla regia di David Lean è veramente affascinante, nulla di stereotipato. Lui - nei film c'è un lui anche per le vecchie vergini - entra in scena in un bar all'aperto di Piazza San Marco, seduto poco dietro di lei. La nota per caso e adoro come la osserva, dalla nuca alle caviglie, come se avesse visto da subito in lei qualcosa di unico.

E lei... mi fa una tenerezza... agisce come agirei io, porca miseria. Quando si accorge di questo bell'uomo - troppo bello per una come lei, che diamine - cade nel panico e se la dà a gambe.

Ma il destino cospira. Durante le sue peregrinazioni da turista, Jane entra in un negozio di antiquariato e il proprietario, Renato De Rossi, è... lui, l'uomo del bar. Di nuovo in lei ha il sopravvento il panico e se la batte, ma fortunatamente Renato è un tipo perspicace. Capisce di dover insistere, con pazienza. La spunta.

E la prima sera in cui escono insieme, una vecchina che vende fiori si avvicina al loro tavolo e Jane sceglie una gardenia: racconta a Renato che la sera del suo primo ballo (che pare essere stato l'unico grande avvenimento della sua vita) avrebbe tanto voluto indossare una gardenia, ma non se l'era potuta permettere.

"Ora hai la tua gardenia", le dice lui. "I sogni si avverano, prima o poi".

Forse... ma durano?

Mentre camminano lungo i canali, la gardenia sfugge di mano a Jane e per quanto Renato ci provi non riesce a recuperarla dall'acqua. Lentamente il fiore si allontana galleggiando. Se non è una metafora, questa...

A volte i sogni si avverano, sì. Ma è probabile che restino con noi solo il tempo di tenerli tra le mani una sera.

Il punto è... rinunciarvi perché non dureranno o viverli quel tanto che sarà possibile?

Il segreto, forse, sta nel saperli lasciare andare al momento giusto.

Dopo mille pudori morali (Renato è separato) ed insicurezze, Jane si abbandona. Altra scena altamente metaforica: sul terrazzo della casa di Renato, lui e Jane si baciano, lei regge una delle scarpe che si è tolta passeggiando. Poi viene inquadrato il cielo rischiarato dai fuochi artificiali. E subito dopo di nuovo il terrazzo. Vuoto. La scarpa a terra.

Non avevo mai pensato che la perdita della verginità e dell'innocenza potesse essere rappresentata da una scarpa, ma ha un senso.

Jane, scalza, priva di protezioni, esposta, vive il suo piccolo sogno. Poi un giorno, all'improvviso, dice a Renato che partirà di lì a due ore. "Da ragazza, alle feste, non mi sono mai divertita perché non capivo mai quando era ora di andarsene", dice.

"Ti amo", si oppone lui. "Ti amerò sempre".

"Sì", replica Jane. "Lo farai se partirò".

Anche lei, come Jane Austen, ha scelto bene o ha sbagliato?

Di nuovo, chissà... Però penso che non si sia sbagliata... Come viene detto in un altro grande film ("Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"), una signora sa sempre quando è ora di andarsene.

Onore a Katharine Hepbun. Una Jane perfetta.

Terza storia.

Quella dell'episodio finale della seconda stagione di "Ugly Betty".

Come tutti sanno, Betty Suarez sono io. Però senza capo fascinoso e senza corteggiatori.

E che corteggiatori...

Di quelli ormai in via di estinzione, di cui si sono perse le tracce. E che io le invidio a MORTE.

In questo episodio Betty è depressa e dubbiosa dopo la sua rottura (vivvadio!!!) con l'insipido e antipaticissimo Henry. E Gio, simpatico tipo che le ronza attorno già da diverso tempo, le fa una corte serrata. Solo che in questo specifico episodio, da simpatico tipo, Gio si è guadagnato ai miei occhi il titolo di "Uomo-Vero-Con-Gli-Attributi".

Uno di quelli che se te lo lasci scappare, sorella, puoi anche andarti a buttare in un canale.

Ora come ora Betty è sulla sponda. Spero che nella prossima stagione recuperi buon senso, altrimenti la spingo giù io.

Dovete sapere che per tutta la puntata Betty ha davanti questo ragazzo che la guarda con il sentimento che trabocca dagli occhi (molto bravo, l'attore, Freddy Rodriguez, a rendere la forza della sua attrazione) e lei sta lì a chiedersi se sia il caso di farne il suo "rebound guy" oppure no.

Cos'è un "rebound guy"?

Il classico ripiego. L'uomo con cui esci subito dopo averne lasciato uno importante.

Quello che in genere non conta.

Alla fine si decide e propone a Gio di uscire insieme. Lui rifiuta.

"I don't wanna be the rebound guy", le risponde. "I wanna be THE guy".

E se ne va.

Adesso... ditemi voi... non è un uomo con le palle questo?

In un mondo dove essere "rebound" è persino un'aspirazione (così tutto è meno impegnativo), io potrei regalare anima e cuore in venti secondi a uno come Gio.

Betty, tu che ce l'hai, per carità... PRENDITELO!!!!!!

Cos'ho stabilito con questo papiro?

Che alla vigilia dei trentasei anni ho la penna per compagnia, come Jane Austen. Aspetto ancora di poter cogliere una gardenia, anche se poi mi cadrà di mano. E coltivo nonostante tutto la pia illusione che esista da qualche parte un Gio tutto per me.

Anno in più, solita vita.

 

postato da: Tendresse72 alle ore 13:37 | link | commenti (10) | commenti (10)
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giovedì, 15 novembre 2007

L'amore ai tempi della globalizzazione

L'ultimo film con Hugh Grant uscito in Italia è "Scrivimi una canzone". Commedia romantica con venature musicali che in originale si intitola "Music & Lyrics". Musica e parole.

Infatti tra Alex (Hugh Grant) e Sophie (la protagonista femminile, interpretata da Drew Barrymore) avviene un interessante dialogo proprio sul binomio musica/parole. Lui sostiene che in un brano ciò che conta è soprattutto la melodia. Ma Sophie non è d'accordo. "La melodia è come quando incontri una persona la prima volta, è attrazione, sesso. Ma poi la conosci meglio, conosci com'è, quello che ha dentro. Quelle sono le parole. E' l'insieme delle due cose che crea la magia".

Un concetto semplice, in un film semplice.

Però il più delle volte la verità è proprio questo. Semplice.

Di solito, se ci scervelliamo troppo a trovare una ragione o un motivo, significa che vogliamo trovare la verità dove non c'è.

Concordo con l'idea. Non basta la sola melodia. Non bastano le sole parole. Deve esserci un equilibrio.

E' questo equilibrio che mi interessa. Un buon ritmo. E un buon testo. Il testo, in particolare. Ultimamente incontro solo pagine bianche e vuote.

Sembra che nessuno si curi più di avere qualcosa da dire.

Di citazione in citazione, rimbalziamo sulla tv americana e su un episodio della bellissima terza stagione di "Bones". Uno dei protagonisti principali, Seeley Booth, parla della differenza tra fare sesso e fare l'amore: "Tutti noi siamo fondamentalmente soli, creature separate che girano le une intorno alle altre, alla ricerca del minimo indizio di una reale connessione. Alcuni cercano nel posto sbagliato, altri si rassegnano perché nelle loro menti pensano "Oh, non c'è nessuno là fuori per me". Ma tutti noi continuiamo a provarci. Ancora ed ancora. Perché? Perché una volta ogni tanto - una volta ogni tanto - due persone si incontrano e c'è questa scintilla. E sì, magari lui è attraente, lei è bella e forse vedono solo questo all'inizio. Ma è facendo l'amore - facendo l'amore - che due persone diventano una".

La coprotagonista, Temperance Brennan, ribatte: "E' scientificamente impossibile, per due oggetti, occupare il medesimo spazio".

Lui replica: "Sì, ma quel che è importante, è che noi ci proviamo. E quando lo facciamo nella maniera giusta, noi ci andiamo vicini".

"A cosa?", chiede Temperance. "A superare le leggi della fisica?".

"", conferma Seeley. "Un miracolo".

Questo dialogo ha dato vita a lunghe discussioni tra i fans. In molti lo hanno definito melenso ed irreale. Forse perché, come mi ha detto qualcun altro, il sesso è la forma più diffusa e facile di comunicazione. Quasi scontata. Spesso - troppo spesso - disgiunta da un vero rapporto emotivo. E sentirlo descrivere così, addirittura come un miracolo... beh, immagino che suoni fantascientifico.

Già. Ma andatelo a dire a due persone che si amano davvero.

Ogni tanto capita ancora.

E secondo me è veramente un miracolo.

Altra citazione, questa volta da un racconto.

Lo ha scritto una mia amica, Anna. Si intitola "La principessa con gli occhiali" e racconta di una ragazza che pensava di non volersi innamorare. Ed invece si innamora, di un uomo che capita nella sua vita all'improvviso. Un uomo che non è quello che sembra, che non potrà rimanere. Eppure le regalerà, nonostante tutto, una nuova consapevolezza di se stessa e della vita.

Bella storia, complimenti Anna.

Nel racconto viene citato un passaggio del controverso film "Vi presento Joe Black", con Brad Pitt ed Anthony Hopkins, dove la Morte, in "vacanza" fra noi mortali, finiva con l'innamorarsi. All'inizio, parlando con la figlia, il personaggio di Anthony Hopkins diceva: "Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio. Abbi una felicità delirante, o almeno non respingerla.

Lo so che ti suona smielato, ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico buttati a capofitto, trova qualcuno da amare alla follia e che ti ami alla stessa maniera. Come trovarlo?

Beh, dimentica il cervello e ascolta il cuore.

Perché la verità è che non ha senso vivere, se manca questo.

Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere.

Ma devi tentare, perché se non hai tentato, non hai mai vissuto".

Eccessivo?

Sì. Rifuggo dall'idea dell'ossessione e la follia è auspicabile e bella solo fino ad un certo punto. La felicità delirante... beh, personalmente mi accontenterei anche di una felicità serena. Il delirio non è indispensabile. Però...

Però, in un'altra misura, concordo. Fare il "viaggio" e non innamorarsi davvero è viaggiare solo a metà. E' una beffa.

Cosa volevo dire con queste citazioni sparse?

Che sono belle ma tristi. Oggi come oggi.

Oggi come oggi, vai là fuori cercando qualcuno da cui ascoltare una bella melodia e un testo significativo e... ti ritrovi con la suoneria di un cellulare. Un surrogato musicale. Se ti abboni, te ne arriva pure uno nuovo al giorno. Tanto per non annoiarsi.

Oggi come oggi, sei preso più sul serio se scopi e ti ridono in faccia se preferisci fare semplicemente l'amore.

Oggi come oggi la felicità delirante è una barzelletta hollywoodiana e il concetto di "sogno" viene applicato agli sconosciuti che incontri in chat. Se non ti vedo e ti incornicio in un avatar allora sì che tutto diventa magico.

Che fare?

Adeguarsi? Ribellarsi?

Del resto l'hanno confermato anche a Zelig, la scorsa settimana.

"Come hai potuto pensare di andare con un'altra mentre stavi con me?".

"Cara, è la globalizzazione".

 

postato da: Tendresse72 alle ore 14:42 | link | commenti (5) | commenti (5)
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giovedì, 20 settembre 2007

Una disgrazia o un privilegio?

Certe volte ho attimi di sconforto.

Come stasera. Penso al prossimo, ennesimo appuntamento che so già (perché dovrebbe mai essere il contrario?) sarà fallimentare. E penso che all'ultimo dell'anno tra i miei bilanci avrò da contare il numero di incontri deludenti accumulato. Penso che non ho proprio speranza.

Poi penso alla scrittrice che ho visto in tv poco tempo fa, tale Milena Agus, se non erro. Il suo secondo libro, "Mal di pietre", ha collezionato premi e traduzioni all'estero. Io l'ho letto e non mi è piaciuto affatto. Si vede che non ho capito quello che hanno capito i critici. La storia aveva tutte le carte in regola per essere tra le mie preferite, ma non ho amato per nulla lo stile della Agus.

Comunque, più del suo libro, mi ha colpito ciò che ha detto quella sera in tv. Cioè che gli scrittori sono dei disgraziati.

E' vero che la scrittura offre un punto di vista diverso per comprendere meglio il mondo, ma, secondo lei, se uno scrive è in genere per fuggire da qualcosa, per sopperire ad una mancanza, per lenire una sofferenza. Insomma, per forza lo scrittore è uno con grossi problemi. Per questo scrive.

Se stesse bene, se fosse soddisfatto, non scriverebbe. Non ne avrebbe bisogno.

Quindi penso a una persona che mi ha contattata qualche giorno fa. Per dirmi che, con i miei racconti, le avevo riaperto la via dei sogni. Che le avevo ridato la voglia di scrivere, dopo sei o sette anni che non lo faceva più. Non solo. Questa voglia rinnovata si è tradotta nel bisogno di scrivere la propria storia personale, per capirsi meglio, per scavare nei propri ricordi più sopiti. E adesso io sto leggendo questa storia così intima.

Ho questo privilegio.

Di aver risvegliato la capacità di sognare di qualcuno.

E di poter ascoltare la sua storia. Una storia vera. E quindi unica.

Per cui stasera provo un po' meno sconforto. Forse non ho più speranza. Ma quantomeno riesco a risvegliare quella altrui.

Stasera penso anche che la signora Agus si sbaglia.

Gli scrittori non sono disgraziati.

Sono privilegiati. Possono donare qualcosa.

Fosse anche solo una lacrima versata su una riga in cui ci si riconosce.

postato da: Tendresse72 alle ore 00:08 | link | commenti (8) | commenti (8)
categorie: pensieri, scrivere