The diary of Tendresse

Diario dell'ultima delle romantiche. O della prima delle ciniche. Dipende dai giorni.
sabato, 09 agosto 2008

Era bellissima

Era bellissima e quest'anno avrebbe compiuto sessant'anni. E sarebbe stata ancora bellissima, ne sono sicura.

Invece se n'è andata, con gli occhi chiusi, a piedi nudi, nel tardo pomeriggio del 9 agosto 2000. Un tardo pomeriggio dorato.

Bellissimo come lo era lei.

Rosanna.

Ti amo sempre, mamma.

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categorie: pensieri, dolore
venerdì, 30 maggio 2008

La penna, la gardenia e il rebound guy (due Jane e una Betty)

Domani è il mio compleanno - 36 primavere... o 36 inverni, forse, la primavera credo d'averla saltata - e casualmente, sempre di corsa, stirando o scrivendo al pc, ho visto tre storie di donne che mi hanno fatto pensare.

La prima l'ho incontrata in un film in dvd. "Becoming Jane". E' la storia di Jane Austen, l'autrice di classici come "Orgoglio e Pregiudizio", "Ragione e sentimento", "Persuasione", "Emma", ecc. Il film, lo dice il titolo, racconta come Jane, la ragazza di campagna che teneva i suoi racconti dentro un baule sotto un cassettone, sia diventata Jane Austen, la scrittrice famosa. E com'è successo?

In questa versione romanzata (della vita privata della Austen si conosce poco perché era molto riservata, come del resto richiedeva l'epoca) sembra che avvenga attraverso l'esperienza di un amore impossibile e della rinuncia.

Ti pareva.

Incontriamo Jane in una fase delicata: sua madre (molto simile alla signora Bennet di cui la Austen scriverà in "Orgoglio e Pregiudizio") preme perché si faccia notare dal nipote della ricca lady Gresham. All'epoca, come del resto ci insegnano tutti i libri futuri di Jane, i matrimoni non avevano praticamente mai a che fare con l'amore, ma erano contratti tutti giocati sulla presenza o meno di denaro. Jane, che è una sorta di Jo March ante-litteram, proprio non ci pensa. Vorrebbe il sentimento e dell'amore non sa granché.

Naturalmente - e questo capita solo nei film e nei libri, per quel che ne so - dato che lo sogna, l'amore arriva, all'improvviso. Con le sembianze impertinenti di Thomas Lefroy, giovane avvocato irlandese, mandato dallo zio a trovare i parenti in campagna, per calmare i bollenti spiriti. Questo Tom ha infatti qualche sfumatura di un certo Liam di nostra conoscenza (buon sangue irlandese non mente) e la sua entrata in scena è a torso nudo mentre fa a pugni e si intrattiene con le prostitute.

La prima impressione, tra lui e Jane, non è delle migliori. Lei reagisce nello stesso modo in cui, in "Orgoglio e Pregiudizio", Elizabeth reagisce a Darcy. Lo trova troppo raffinato e snob e lui critica un suo scritto considerandolo troppo forbito e ingenuo. Sembrano destinati a non piacersi, ma Tom si rivela affascinante e audace. Filtra lentamente sotto la pelle di Jane, la stuzzica, la spinge ad interrogarsi su se stessa come scrittrice e donna... Fa quello che dovrebbe fare ogni uomo per conquistare una donna: la vede e le dimostra di vederla.

In breve Jane si innamora di lui. E lui di lei.

Ma... c'è un ma. I soldi, ovviamente. Tom dipende da quelli di suo zio, giudice severo, che non può dimenticare la sorte della sorella, che per sposare il padre di Tom, ha perduto tutto ciò che aveva e ora vive in povertà. Si oppone strenuamente all'unione del nipote con una squattrinata come Jane e... Tom si arrende, non combatte. Jane è distrutta. Poco tempo dopo viene anche a sapere che lui si è fidanzato, con una ragazza ricca, gradita allo zio.

Dunque Tom Lefroy non è Darcy, bensì Willoughby, il giovane bello e fascinoso che spezza il cuore di Marianne in "Ragione e sentimento"?

Le cose non sono sempre quel che sembrano... Tom si rifà vivo. Ci ha provato ma non può vivere nell'ipocrisia. Propone a Jane di fuggire insieme e lei accetta. Per caso, però, scopre la verità: con i soldi che lo zio gli paga come avvocato, Tom mantiene i genitori e i fratelli a Limerick, in Irlanda. Per lei è disposto a mettersi contro lo zio. Ma facendo questo non potrà più aiutare la sua famiglia... Jane capisce di non poterlo permettere.

Lui si ribella, insiste che riuscirà a fare carriera, che insieme ce la faranno, ma Jane è irremovobile. Devastata ma risoluta ritorna a casa.

La ritroviamo molti anni dopo, ormai donna matura e scrittrice affermata. Ad una serata mondana rivede Tom. Lui è in compagnia della figlia maggiore, grande ammiratrice di Jane. E anche la ragazzina si chiama così, Jane. L'ultima inquadratura si chiude sulle mani della Austen: libere da anelli. Non si è mai sposata.

In conclusione... Jane ha agito bene o ha sbagliato? L'amore sarebbe bastato a combattere pregiudizi e povertà come auspicava Tom? O si sarebbe spento nei sensi di colpa e nelle recriminazioni come temeva Jane?

Chissà... Va detto che Thomas Lefroy non è un personaggio fittizio. Non è provato che lui e la Austen volessero sposarsi ma si sono conosciuti e pare che davvero lui abbia chiamato sua figlia Jane. Ha anche fatto davvero carriera, divenendo il presidente della Corte d'Irlanda.

Nel film è interpretato da James McAvoy, l'attore scozzese che tanto mi aveva colpita in "Espiazione". E confermo la mia buona opinione: non è il mio tipo, ma è l'eccezione che conferma la regola. A parte l'indubbio talento, è dotato di una profonda intensità, che lo rende un perfetto romantic lead. Non mancherò di tenerlo d'occhio.

A cosa mi ha fatto pensare "Becoming Jane"?

Jane Austen viene definita, per la sua epoca, una donna forte e moderna: per cui mi chiedo... perché quasi sempre, nei film e nei libri, le donne forti e moderne sono costrette a scegliere una vita solitaria?

Seconda storia.

Di un'altra Jane. In un altro film, "Tempo d'estate", un vecchio film di quelli che vengono trasmessi di pomeriggio. Ci sono finita sopra per caso, dopo che non lo vedevo da molto tempo. E' un film che ho sempre amato molto. Perché mi ci rivedo. La storia di Jane Hudson potrebbe essere la mia, sebbene credo che la mia sarebbe meno romantica e parecchio più banale.

Jane è un'americana non più giovanissima che finalmente corona il sogno di una vacanza in Italia. Soprattutto a Venezia. Ci arriva piena di entusiasmo, con il sogno segreto di ogni "vecchia vergine": la speranza che cambiando luogo e realtà, si possa anche cambiare pelle e trovare ciò che si è cercato per una vita. E la Venezia mostrata dalla regia di David Lean è veramente affascinante, nulla di stereotipato. Lui - nei film c'è un lui anche per le vecchie vergini - entra in scena in un bar all'aperto di Piazza San Marco, seduto poco dietro di lei. La nota per caso e adoro come la osserva, dalla nuca alle caviglie, come se avesse visto da subito in lei qualcosa di unico.

E lei... mi fa una tenerezza... agisce come agirei io, porca miseria. Quando si accorge di questo bell'uomo - troppo bello per una come lei, che diamine - cade nel panico e se la dà a gambe.

Ma il destino cospira. Durante le sue peregrinazioni da turista, Jane entra in un negozio di antiquariato e il proprietario, Renato De Rossi, è... lui, l'uomo del bar. Di nuovo in lei ha il sopravvento il panico e se la batte, ma fortunatamente Renato è un tipo perspicace. Capisce di dover insistere, con pazienza. La spunta.

E la prima sera in cui escono insieme, una vecchina che vende fiori si avvicina al loro tavolo e Jane sceglie una gardenia: racconta a Renato che la sera del suo primo ballo (che pare essere stato l'unico grande avvenimento della sua vita) avrebbe tanto voluto indossare una gardenia, ma non se l'era potuta permettere.

"Ora hai la tua gardenia", le dice lui. "I sogni si avverano, prima o poi".

Forse... ma durano?

Mentre camminano lungo i canali, la gardenia sfugge di mano a Jane e per quanto Renato ci provi non riesce a recuperarla dall'acqua. Lentamente il fiore si allontana galleggiando. Se non è una metafora, questa...

A volte i sogni si avverano, sì. Ma è probabile che restino con noi solo il tempo di tenerli tra le mani una sera.

Il punto è... rinunciarvi perché non dureranno o viverli quel tanto che sarà possibile?

Il segreto, forse, sta nel saperli lasciare andare al momento giusto.

Dopo mille pudori morali (Renato è separato) ed insicurezze, Jane si abbandona. Altra scena altamente metaforica: sul terrazzo della casa di Renato, lui e Jane si baciano, lei regge una delle scarpe che si è tolta passeggiando. Poi viene inquadrato il cielo rischiarato dai fuochi artificiali. E subito dopo di nuovo il terrazzo. Vuoto. La scarpa a terra.

Non avevo mai pensato che la perdita della verginità e dell'innocenza potesse essere rappresentata da una scarpa, ma ha un senso.

Jane, scalza, priva di protezioni, esposta, vive il suo piccolo sogno. Poi un giorno, all'improvviso, dice a Renato che partirà di lì a due ore. "Da ragazza, alle feste, non mi sono mai divertita perché non capivo mai quando era ora di andarsene", dice.

"Ti amo", si oppone lui. "Ti amerò sempre".

"Sì", replica Jane. "Lo farai se partirò".

Anche lei, come Jane Austen, ha scelto bene o ha sbagliato?

Di nuovo, chissà... Però penso che non si sia sbagliata... Come viene detto in un altro grande film ("Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"), una signora sa sempre quando è ora di andarsene.

Onore a Katharine Hepbun. Una Jane perfetta.

Terza storia.

Quella dell'episodio finale della seconda stagione di "Ugly Betty".

Come tutti sanno, Betty Suarez sono io. Però senza capo fascinoso e senza corteggiatori.

E che corteggiatori...

Di quelli ormai in via di estinzione, di cui si sono perse le tracce. E che io le invidio a MORTE.

In questo episodio Betty è depressa e dubbiosa dopo la sua rottura (vivvadio!!!) con l'insipido e antipaticissimo Henry. E Gio, simpatico tipo che le ronza attorno già da diverso tempo, le fa una corte serrata. Solo che in questo specifico episodio, da simpatico tipo, Gio si è guadagnato ai miei occhi il titolo di "Uomo-Vero-Con-Gli-Attributi".

Uno di quelli che se te lo lasci scappare, sorella, puoi anche andarti a buttare in un canale.

Ora come ora Betty è sulla sponda. Spero che nella prossima stagione recuperi buon senso, altrimenti la spingo giù io.

Dovete sapere che per tutta la puntata Betty ha davanti questo ragazzo che la guarda con il sentimento che trabocca dagli occhi (molto bravo, l'attore, Freddy Rodriguez, a rendere la forza della sua attrazione) e lei sta lì a chiedersi se sia il caso di farne il suo "rebound guy" oppure no.

Cos'è un "rebound guy"?

Il classico ripiego. L'uomo con cui esci subito dopo averne lasciato uno importante.

Quello che in genere non conta.

Alla fine si decide e propone a Gio di uscire insieme. Lui rifiuta.

"I don't wanna be the rebound guy", le risponde. "I wanna be THE guy".

E se ne va.

Adesso... ditemi voi... non è un uomo con le palle questo?

In un mondo dove essere "rebound" è persino un'aspirazione (così tutto è meno impegnativo), io potrei regalare anima e cuore in venti secondi a uno come Gio.

Betty, tu che ce l'hai, per carità... PRENDITELO!!!!!!

Cos'ho stabilito con questo papiro?

Che alla vigilia dei trentasei anni ho la penna per compagnia, come Jane Austen. Aspetto ancora di poter cogliere una gardenia, anche se poi mi cadrà di mano. E coltivo nonostante tutto la pia illusione che esista da qualche parte un Gio tutto per me.

Anno in più, solita vita.

 

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categorie: pensieri, scrivere, amore, cinema, televisione
lunedì, 31 dicembre 2007

La cosa meravigliosa

Per me il periodo delle festività natalizie è sempre stato il periodo dei vecchi film. In genere le reti televisive passano un sacco di repliche, musicals, classici, cartoni, filmetti per la tv... C'è di tutto un po'.

E per la sottoscritta non esiste niente di meglio che rannicchiarsi sotto una coperta sul divano e farsene una scorpacciata insieme a una cioccolata calda, nel salotto illuminato dalle luci colorate dell'albero.

Fa vecchia novantenne?

Può darsi, ma lo faccio da che andavo alle elementari, per cui mi sa che non è una questione d'età...

Fa donna cannone per via delle calorie accumulate in stato di immobilità?

Può darsi anche questo, anzi è sicuro, sono decisamente ingrassata in questi giorni. Ma chi se ne frega, fa un freddo cane, devo immagazzinare energia, dimagrirò con la primavera.

E comunque quest'anno, avendo l'influenza, sono giustificata. Non ho altro da fare che starmene qui, al calduccio. Ogni tanto scrivo al pc, come ora, ma poco. Rispetto a quello televisivo, lo schermo del pc ha una luminosità difficile da sopportare per i miei occhi febbricitanti...

Per sintetizzare, dove voglio andare a parare?

Beh, sul fatto che sto facendo incetta di film vecchi e nuovi. Che come sempre mi fanno riflettere, pensare alla vita vera.

Ebbene, ieri, tra un colpo di tosse e un altro, ho rivisto, dopo credo almeno venticinque anni, "L'amore è una cosa meravigliosa".

Non me lo ricordavo praticamente più e l'ho riscoperto.

Il cinema odierno riesce ancora a realizzare buone commedie, ma non ha più la mano per il vero autentico melò. Salvo rare eccezioni, tipo, in quest'ultima stagione, "Espiazione". Eccezioni, appunto. Il melò era di quegli anni, insuperabile.

1955, in questo caso. E credetemi, si tratta di più di cinquant'anni portati benissimo. Sin troppo moderni.

I protagonisti erano Jennifer Jones (intensa bellezza bruna e pallida, nella mia memoria soprattutto per il ruolo tragico di "Addio alle armi") e William Holden, uno dei belli e dannati di Hollywood (dannato perché fu per parecchio tempo, sino alla morte, preda dell'alcool e di attacchi di depressione). Il regista era Henry King (tra i suoi film, per citarne uno, "Tenera è la notte"). La vicenda- e questo proprio l'avevo scordato - è vera, tratta dall'autobiografia della protagonista, il cui nome è stato conservato nella pellicola: la dottoressa euroasiatica Suyin Han, che nel libro raccontò la sua storia d'amore con il giornalista inglese Ian Morrison. Lui nel film divenne un giornalista americano, Mark Eliott, ma, ripeto, il tutto è veramente accaduto.

Siamo ad Hong Kong, nel 1949: Suyin Han, dicevo, è una dottoressa euroasiatica, inglese per parte di madre e cinese per parte di padre. Ha abbandonato la Cina dopo l'uccisione del marito, un generale nazionalista, ed ora è interna in un ospedale della città. E' brava, dedita al proprio lavoro. Nonostante abbia scelto la scienza, ha una mente molto orientale, vede presagi e segni di buona o cattiva sorte in una farfalla o in una nube che copre la luna. "Se non si crede all'incredibile", sostiene, "cosa ne è della fede?". E non vuole complicazioni. Dichiara il proprio cuore morto e in pace.

Poi, ad una festa a cui l'ha trascinata un collega, ecco lui, Mark Eliott. E' un corrispondente di guerra. La nota subito e ne è folgorato. Impiega meno di dieci minuti ad abbordarla e ad invitarla a cena. "Sono simpaticissimo", le assicura. Lei non lo prende molto sul serio. Il suo collega, che lo conosce, la avverte che è sposato. Suyin si convince che sia il classico straniero spaesato alla ricerca di un interludio per non sentirsi solo.

Ma Mark è tenace, vince a poco a poco le sue reticenze. "Vi siete chiusa in una torre d'avorio", le dice, "ma l'unico difetto che hanno le torri è di attirare i fulmini".

Oltre che tenace, è interessante, spontaneo, appassionato. Deciso. Sposato sì, ma... Non sta più con la moglie da sei anni. Da quel poco che racconta si capisce che lei deve averlo tradito, mentre lui era lontano a causa del suo lavoro ("io l'avevo perdonata, certi errori sono dovuti alla solitudine"), ma che poi non ha più voluto saperne di recuperare il loro rapporto.

Impaurita, destabilizzata dalla passione che sente crescere, Suyin è costretta a capitolare. A Mark, che le dice che è lei tra i due la più forte, risponde: "No, sei tu. Tu sei dolce e non c'è niente al mondo più forte della dolcezza".

Sarà vero?

Sicuramente Mark è dolce. E seduttivo, coinvolgente. Tra loro l'amore prende vita, inarrestabile. In un'epoca in cui le scene esplicite non erano contemplate, occhio alla scena sulla spiaggia, tra gli scogli. Mark e Suyin hanno trascorso insieme una giornata tra mare e amici. Sono entrambi in costume da bagno, lei chiede una sigaretta a Mark e lui gliela offre. Suyn la mette fra le labbra e lascia che lui gliela accenda con la propria.

Non si vede nient'altro, ma lo sfiorarsi di quelle due sigarette, la brace ardente dell'una che accende l'altra, ha una potenza metaforica pari al treno che entra nella galleria in "Intrigo Internazionale" di Hitchcock.

Proprio come la sigaretta, la storia di amore si accende e brucia. Mark e Suyin sono inseparabili ed in occasione di un viaggio di lei in Cina, dalla famiglia, lui la raggiunge e le chiede di sposarlo. Peccato che la moglie gli neghi il divorzio. E' una di quelle donne che non vuole più il marito, ma ama lo status di donna sposata. Questo rende tutto più difficile, ben presto la relazione di Suyn e Mark diviene bersaglio delle convenzioni sociali. Perché Mark è sposato e perché Suyin è considerata cinese. Lei perde addirittura il lavoro (sebbene il proprietario dell'ospedale che la licenza intrattenga egli stesso una storia extraconiugale con un'euroasiatica).

Eppure i due amanti sono, a modo loro, felici. "Non c'è niente di giusto o ingiusto sotto il cielo", dice Mark. "A noi la cosa meravigliosa (nb: l'amore, secondo una poesia) non è mancata".

E un indovino cinese che Suyin ha insistito per consultare, assicura che lei vivrà in una grande casa, con molti bambini, e che sì, loro due avranno un lungo futuro insieme.

Beh... Si sa che maghi e fattucchieri sono spesso sinonimo di ciarlatani, vero?

Serve che specifichi che l'indovino si sbaglia?

Forse ci azzecca per quel che riguarda la grande casa e i bambini (anche se non significano quel che Suyin credeva), ma sul lungo futuro insieme... ehm...

Aggiungo solo che ad un certo punto Mark viene inviato dal suo giornale a documentare il conflitto coreano e...

E, sotto l'albero in cima al poggio dove si incontravano sempre, Suyin finisce per tornare da sola.

Una storia triste, tanto più se si pensa che è accaduta veramente.

E bella, per lo stesso motivo. Perché è una testimonianza in più del fatto che la "cosa meravigliosa" esiste. Che la scintilla per qualcuno capita. E forse poco importa per quanto a lungo possa durare. L'importante è sperimentare questa benedetta cosa meravigliosa, in tutta la sua autenticità. E possibilmente non rovinarla troppo con la nostra imperfezione umana.

La vera tristezza, in effetti, è più che altro che pare che ormai la cosa meravigliosa sia relegata solo ai film o alle vicende del passato. Oggi come oggi ho l'impressione di essere circondata di "cose banali" o tutt'al più "cose carine". Il meraviglioso dov'è finito?

Vedete, Mark invita Suyin a cena e le dice, fascinoso "Sono simpaticissimo".

Io - IO!!!!! - tutta entusiasta e convinta, invito un uomo a cena e quello, con tono vagamente svogliato, mi risponde : "Sai, sono messo male, molto depresso e demoralizzato... comunque, dai, usciamo".

La prossima volta che le mie amiche mi rimproverano di avere un atteggiamento troppo chiuso e sfuggente, giuro che me le sbrano in stile squalo bianco.

Le sfuggenti torri d'avorio, secondo Mark Eliott, attirano i fulmini. La mia attira al massimo la nuvoletta di Fantozzi.

E se scendo dalla torre e mi dimostro propositiva, disponibile, aperta... vado a beccare il lui in crisi esistenziale, che non si accorge nemmeno dell'opportunità che gli offro e mi fa anzi subito presente che sarà di scarsa compagnia.

Come ha notato una mia amica: "Caspita, questi uomini sanno veramente cosa significa sedurre".

Già, quelli che ne erano capaci devono essere tutti morti in Corea come il povero Mark. Che Dio l'abbia in gloria.

E pensare che un'altra mia amica, tempo fa, mi aveva domandato "E se dopo dieci o quindici anni di rapporto, il tuo uomo ti tradisse?".

Dieci o quindici anni?!

Qui i rapporti non si riescono nemmeno ad iniziare. Come si fa a pensare a quello che potrebbe accadere se dovessero durare?

Nessuno vuole lasciarsi andare. Tutti sono torri d'avorio. Ma così fortificate, da parare anche i fulmini. E la cosa meravigliosa ignora chi non è diposto ad aprire almeno una finestra...

Concludo con una frase di Suyin: "Mi ha fatto bene conoscerti, Mark. Mi hai dimostrato che non tutto il mondo è malato".

Ah, Suyin... Continuo sempre a sperare di poter dire lo stesso a qualcuno, un giorno di questi.

Auguri a tutti. Che il 2008 sia un anno di torri aperte al pubblico.

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categorie: pensieri, amore, cinema, passione
giovedì, 15 novembre 2007

L'amore ai tempi della globalizzazione

L'ultimo film con Hugh Grant uscito in Italia è "Scrivimi una canzone". Commedia romantica con venature musicali che in originale si intitola "Music & Lyrics". Musica e parole.

Infatti tra Alex (Hugh Grant) e Sophie (la protagonista femminile, interpretata da Drew Barrymore) avviene un interessante dialogo proprio sul binomio musica/parole. Lui sostiene che in un brano ciò che conta è soprattutto la melodia. Ma Sophie non è d'accordo. "La melodia è come quando incontri una persona la prima volta, è attrazione, sesso. Ma poi la conosci meglio, conosci com'è, quello che ha dentro. Quelle sono le parole. E' l'insieme delle due cose che crea la magia".

Un concetto semplice, in un film semplice.

Però il più delle volte la verità è proprio questo. Semplice.

Di solito, se ci scervelliamo troppo a trovare una ragione o un motivo, significa che vogliamo trovare la verità dove non c'è.

Concordo con l'idea. Non basta la sola melodia. Non bastano le sole parole. Deve esserci un equilibrio.

E' questo equilibrio che mi interessa. Un buon ritmo. E un buon testo. Il testo, in particolare. Ultimamente incontro solo pagine bianche e vuote.

Sembra che nessuno si curi più di avere qualcosa da dire.

Di citazione in citazione, rimbalziamo sulla tv americana e su un episodio della bellissima terza stagione di "Bones". Uno dei protagonisti principali, Seeley Booth, parla della differenza tra fare sesso e fare l'amore: "Tutti noi siamo fondamentalmente soli, creature separate che girano le une intorno alle altre, alla ricerca del minimo indizio di una reale connessione. Alcuni cercano nel posto sbagliato, altri si rassegnano perché nelle loro menti pensano "Oh, non c'è nessuno là fuori per me". Ma tutti noi continuiamo a provarci. Ancora ed ancora. Perché? Perché una volta ogni tanto - una volta ogni tanto - due persone si incontrano e c'è questa scintilla. E sì, magari lui è attraente, lei è bella e forse vedono solo questo all'inizio. Ma è facendo l'amore - facendo l'amore - che due persone diventano una".

La coprotagonista, Temperance Brennan, ribatte: "E' scientificamente impossibile, per due oggetti, occupare il medesimo spazio".

Lui replica: "Sì, ma quel che è importante, è che noi ci proviamo. E quando lo facciamo nella maniera giusta, noi ci andiamo vicini".

"A cosa?", chiede Temperance. "A superare le leggi della fisica?".

"", conferma Seeley. "Un miracolo".

Questo dialogo ha dato vita a lunghe discussioni tra i fans. In molti lo hanno definito melenso ed irreale. Forse perché, come mi ha detto qualcun altro, il sesso è la forma più diffusa e facile di comunicazione. Quasi scontata. Spesso - troppo spesso - disgiunta da un vero rapporto emotivo. E sentirlo descrivere così, addirittura come un miracolo... beh, immagino che suoni fantascientifico.

Già. Ma andatelo a dire a due persone che si amano davvero.

Ogni tanto capita ancora.

E secondo me è veramente un miracolo.

Altra citazione, questa volta da un racconto.

Lo ha scritto una mia amica, Anna. Si intitola "La principessa con gli occhiali" e racconta di una ragazza che pensava di non volersi innamorare. Ed invece si innamora, di un uomo che capita nella sua vita all'improvviso. Un uomo che non è quello che sembra, che non potrà rimanere. Eppure le regalerà, nonostante tutto, una nuova consapevolezza di se stessa e della vita.

Bella storia, complimenti Anna.

Nel racconto viene citato un passaggio del controverso film "Vi presento Joe Black", con Brad Pitt ed Anthony Hopkins, dove la Morte, in "vacanza" fra noi mortali, finiva con l'innamorarsi. All'inizio, parlando con la figlia, il personaggio di Anthony Hopkins diceva: "Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio. Abbi una felicità delirante, o almeno non respingerla.

Lo so che ti suona smielato, ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico buttati a capofitto, trova qualcuno da amare alla follia e che ti ami alla stessa maniera. Come trovarlo?

Beh, dimentica il cervello e ascolta il cuore.

Perché la verità è che non ha senso vivere, se manca questo.

Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere.

Ma devi tentare, perché se non hai tentato, non hai mai vissuto".

Eccessivo?

Sì. Rifuggo dall'idea dell'ossessione e la follia è auspicabile e bella solo fino ad un certo punto. La felicità delirante... beh, personalmente mi accontenterei anche di una felicità serena. Il delirio non è indispensabile. Però...

Però, in un'altra misura, concordo. Fare il "viaggio" e non innamorarsi davvero è viaggiare solo a metà. E' una beffa.

Cosa volevo dire con queste citazioni sparse?

Che sono belle ma tristi. Oggi come oggi.

Oggi come oggi, vai là fuori cercando qualcuno da cui ascoltare una bella melodia e un testo significativo e... ti ritrovi con la suoneria di un cellulare. Un surrogato musicale. Se ti abboni, te ne arriva pure uno nuovo al giorno. Tanto per non annoiarsi.

Oggi come oggi, sei preso più sul serio se scopi e ti ridono in faccia se preferisci fare semplicemente l'amore.

Oggi come oggi la felicità delirante è una barzelletta hollywoodiana e il concetto di "sogno" viene applicato agli sconosciuti che incontri in chat. Se non ti vedo e ti incornicio in un avatar allora sì che tutto diventa magico.

Che fare?

Adeguarsi? Ribellarsi?

Del resto l'hanno confermato anche a Zelig, la scorsa settimana.

"Come hai potuto pensare di andare con un'altra mentre stavi con me?".

"Cara, è la globalizzazione".

 

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categorie: pensieri, scrivere, amore, cinema, televisione
giovedì, 25 ottobre 2007

Mettersi in gioco

Oggi ho tenuto in braccio una bimba di neanche tre mesi. La bisnipotina della signora per cui lavoro. Sua nipote l'ha avuta quest'estate a 37 anni suonati, quando ormai tutta la sua famiglia non ci credeva più.

E' stupefacente, da vedere. Lei è sempre stata una tipa tosta e poco sentimentale. Questa mattina era tutta moine e bacini e carezze. Mi guarda e mi fa "la tua vita passa in secondo piano quando hai un bambino, ti basta che stia bene lui, il resto non conta più". L'ho trovata come "raddolcita", diversa...

Qualcuno ora mi chiederà "sei stata finalmente assalita anche tu dall'istinto materno e quindi ti accingi a mettere la testa a posto?".

Ehm... veramente ho pensato praticamente quasi l'opposto. Perché la nipote della mia signora ha ragione. Avere un figlio è una responsabilità enorme. Non solo cambi completamente la tua vita, ma ne crei un'altra. Una vita che si ritroverà al mondo perché TU l'avrai voluto. E che verrà da te a reclamare i propri diritti. Per cui decidere di avere un figlio è una scelta forte, che va presa in piena coscienza e soprattutto con la consapevolezza di essere in grado di fronteggiare il compito di prendersi cura di una nuova esistenza.

Io ho ancora molta strada da fare, in questo senso. Ho ancora troppi conti  da fare con me stessa. In pratica devo ancora crescere sotto molti aspetti. E se non sono cresciuta io, è ben difficile che io possa crescere qualcun altro.

Inoltre, particolare non meno importante, mi manca l'altra metà della mela. Il papà. Su questo la nipote della mia signora è stata molto chiara. E concordo con lei. Per avere un figlio ti ci vuole un uomo con le palle.

Amen.

E non sono poi tanti. Non me ne vogliano i signori uomini.

Almeno non sono tanti quelli che ho incontrato fino ad ora. E negli ultimi due anni sono stati quindici. Per cui concedetemi la buona fede di un po' di statistica.

Ok. Riformulo. Non voglio offendere nessuno. Diciamo pure che avevano le palle, quanto meno fisiologicamente (almeno me lo auguro, non ho avuto l'opportunità di controllare). Ma di sicuro non erano uomini a cui ci si potesse affidare per creare una famiglia e soprattutto fare un figlio.

Una metà di essi erano uomini attraenti che cercavano soltanto il sesso regolare. Ovvero si erano stancati di andare per locali a procacciare senza garanzia costante di riuscita. E cercavano la donna-accessorio con cui completare la loro vita da single accessoriati. In genere erano fierissimi del loro appartamento da single (rinnovato da poco), avevano la moto, il macchinone. Ecc. Mancava solo la donna che (scusate il tono diretto) gliela dava senza recriminazioni.

Per carità, sono uomini poco impegnativi (in tutti sensi, però). Magari possono andare bene per donne che appunto ancora non hanno voglia di un legame importante e di crescere.

L'altra metà erano uomini che sulla carta potevano sembrare adatti per una relazione seria e progettuale. In genere divorziati oppure ancora in famiglia, poco appariscenti, posati, tranquilli, tutti vogliosi di un rapporto impegnativo, di fare coppia. Il loro motto è in genere "mi metto in gioco".

Il mio commento è "un accidente".

A casa mia, mettersi in gioco significa avere la pazienza di costruire, farsi conoscere, voler conoscere, interagire... Per loro pare che basti questa frase e la loro dichiarazione volenterosa per combinare un fidanzamento in casa alla prima uscita.

Solo perché si presentano come "buoni partiti", si aspettano di avere la fidanzata innamorata e devota nell'arco di mezz'ora, senza considerare che se si offrono come ottimi potenziali compagni di vita... dovrebbero anche prima dimostrare di esserlo, attraverso appunto quel vecchio sorpassato concetto che si chiama frequentazione o conoscenza che dir si voglia.

Invece no. Loro sono principi azzurri di default. E tu devi adorarli da subito. Se - guai a te, donna ingrata - capita che una sera - dopo che vi conoscete da DUE giorni - fai tardi al lavoro e sei costretta a rimandare la telefonata con lui, beh, incredibile ma vero, verrai defenestrata all'istante.

Magari via sms con la gloriosa frase "mi dispiace, non sei nei miei sogni". Oppure con l'altrettanto gloriosa domanda "ti stai vedendo con un altro?".

Allora... o io sono un'aliena (e comincio a credere di esserlo) o questo non è affatto mettersi in gioco.

Non si mettono in gioco i "vitelloni" che vogliono la fidanzata pur restando single. E non si mettono in gioco i cosiddetti bravi ragazzi, che però non vogliono dover dimostrare niente o faticare un po' per dare vita a una relazione.

Parafrasandomi, gli uomini con le palle sono gli uomini che si mettono in gioco. Sotto tutti i profili. E non dubito che ce ne siano, in giro nel mondo, altrimenti l'umanità si sarebbe estinta.

Solo se ne incontrassi uno così potrei pensare concretamente a crescere insieme a lui e a creare anche qualcosa di nostro. Una famiglia e forse anche un figlio.

Tempo limite cinque anni (anche meno).

Ma ci credo poco...

Per esempio, un'amica astrologa mi ha detto che ho la casa del matrimonio vuota e quella dell'amore e dei piaceri vuota e stretta (quest'immagine è fortemente emblematica), quindi...

Sostiene anche che l'anno prossimo incontrerò un uomo che mi farà battere il cuore, ma... già, ci ha messo subito un ma, aggiungendo che non sarà un periodo facile e dovrò fare attenzione. Appunto.

Mi sa che non sarà uno di quelli che si mette in gioco. Come al solito...

 

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categorie: pensieri
giovedì, 20 settembre 2007

Una disgrazia o un privilegio?

Certe volte ho attimi di sconforto.

Come stasera. Penso al prossimo, ennesimo appuntamento che so già (perché dovrebbe mai essere il contrario?) sarà fallimentare. E penso che all'ultimo dell'anno tra i miei bilanci avrò da contare il numero di incontri deludenti accumulato. Penso che non ho proprio speranza.

Poi penso alla scrittrice che ho visto in tv poco tempo fa, tale Milena Agus, se non erro. Il suo secondo libro, "Mal di pietre", ha collezionato premi e traduzioni all'estero. Io l'ho letto e non mi è piaciuto affatto. Si vede che non ho capito quello che hanno capito i critici. La storia aveva tutte le carte in regola per essere tra le mie preferite, ma non ho amato per nulla lo stile della Agus.

Comunque, più del suo libro, mi ha colpito ciò che ha detto quella sera in tv. Cioè che gli scrittori sono dei disgraziati.

E' vero che la scrittura offre un punto di vista diverso per comprendere meglio il mondo, ma, secondo lei, se uno scrive è in genere per fuggire da qualcosa, per sopperire ad una mancanza, per lenire una sofferenza. Insomma, per forza lo scrittore è uno con grossi problemi. Per questo scrive.

Se stesse bene, se fosse soddisfatto, non scriverebbe. Non ne avrebbe bisogno.

Quindi penso a una persona che mi ha contattata qualche giorno fa. Per dirmi che, con i miei racconti, le avevo riaperto la via dei sogni. Che le avevo ridato la voglia di scrivere, dopo sei o sette anni che non lo faceva più. Non solo. Questa voglia rinnovata si è tradotta nel bisogno di scrivere la propria storia personale, per capirsi meglio, per scavare nei propri ricordi più sopiti. E adesso io sto leggendo questa storia così intima.

Ho questo privilegio.

Di aver risvegliato la capacità di sognare di qualcuno.

E di poter ascoltare la sua storia. Una storia vera. E quindi unica.

Per cui stasera provo un po' meno sconforto. Forse non ho più speranza. Ma quantomeno riesco a risvegliare quella altrui.

Stasera penso anche che la signora Agus si sbaglia.

Gli scrittori non sono disgraziati.

Sono privilegiati. Possono donare qualcosa.

Fosse anche solo una lacrima versata su una riga in cui ci si riconosce.

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categorie: pensieri, scrivere
lunedì, 06 agosto 2007

Ma le Rules sono veramente applicabili?

Cosa sono le Rules?

Trattasi di un libricino, credo americano, dove vengono enumerate quelle che definirei le vecchie regole della nonna su come attrarre, conquistare, tenersi un uomo. Cose del tipo "non chiamarlo", "non andarci a letto subito", "non accettare un appuntamento dopo il mercoledì", ecc.

Me ne ha parlato diffusamente per mesi Roberta (sempre lei, quella ) ed in una libreria di Torino, per curiosità mi sono comprata la versione condensata.

Il concetto di base espresso dalle autrici si articola in due "must", cioé che noi donne dobbiamo comportarci come se fossimo uniche e speciali (una buona cosa, se non altro serve per l'autostima) e che gli uomini sono cacciatori d'istinto e reagiscono alle sfide (e qui io già nicchio un po').

Le autrici sostengono che, ottenendo l'indipendenza, le donne hanno dimenticato la loro femminilità ed anche in amore spesso si comportano come uomini, togliendo agli uomini veri la possibilità di essere i cacciatori, come per loro natura.

Fin qui ci sto.

Ma... se, così come sono cambiate le donne, fossero cambiati anche gli uomini?

Se molti di loro non apprezzassero più le sfide e non avessero più l'istinto del cacciatore?

Secondo quanto scritto nelle Rules, io le sto applicando inconsciamente da una vita. Eppure... nada de nada.

Se evito di fissare un uomo, per concedere a lui la prima mossa... beh, quello non la fa.

Se non chiamo un uomo, perché deve essere lui a chiamarmi... beh, quello non chiama.

Se faccio la misteriosa, per incuriosirlo... beh, quello sparisce del tutto.

Non funziono io?

Non funzionano gli uomini?

O non funzionano le Rules?

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categorie: pensieri, amore, libri
domenica, 05 agosto 2007

Coincidenze e subconscio bastardo

Ieri siamo andati a ritirare il libretto di Bea, la nuova cagnolina. Ed abbiamo così scoperto che é nata lo scorso 12 maggio.

Questo significa che é nata esattamente due mesi prima del giorno della morte di Rosy, il 12 luglio.

Direte voi... e quindi?

E quindi mi viene da pensare che in qualche modo ci sia di mezzo il destino. Abbiamo scelto il cane giusto. Bea doveva entrare a far parte della nostra famiglia. Da qualche parte la sua strada é cominciata, per incrociarsi con la nostra.

Ho sempre creduto in questo genere di coincidenze. Me ne sono capitate tante simili. Se sono su Internet é per via di una coincidenza di questo tipo.

L'unica versante della mia vita in cui le coincidenze non hanno mai avuto alcun peso é solo uno.

Ovviamente.

Io ci sto veramente provando. Giuro.

Una volta ammessa la mia infelicità a livello femminile, la mia "anormalità", sto cercando di conviverci e di fare del bene a me stessa. In certi giorni mi sembra di riuscirci, ma poi faccio sogni come quello di stanotte e mi rendo conto che il mio subconscio proprio non é ancora dell'idea.

Per niente.

Ero con delle persone, nel sogno. E una fotografa si é fermata davanti a noi. Ha chiesto se poteva farci una foto, poi mi ha guardata e mi ha detto "No, lei no. Solo gli altri".

Ho chiesto perché e la fotografa mi ha risposto: "Mi dispiace ma lei non é bella".

Nel sogno non ho avuto il coraggio di ribattere. Da sveglia mi sono detta che non ho fatto proprio alcun progresso.

Mannaggia.

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categorie: pensieri, animali
giovedì, 19 luglio 2007

Una settimana dopo

E' passata una settimana dalla morte della mia Rosy.

E devo ringraziare tutti coloro che hanno avuto una parola per lei. Qui sul blog, sulla tag del mio sito, via email, sms, al telefono, di persona. Sono state tante le persone che mi hanno cercata e che hanno espresso autentica partecipazione, proprio come se mi fosse mancato un parente stretto. E, di fatto, é così.

In questi giorni mi é capitato di leggere di Marguerite Yourcenar e del suo amore per i cani. Ne ha avuti tanti, tutti amatissimi, e alla morte di uno di essi, investito da un'auto davanti a lei, scrisse: "Un piccolo atomo di gioia in meno nel mondo".

Già. E' proprio così.

Non credo che cancellerò mai il vuoto lasciato dal "mio" piccolo atomo. Nè il dolore per la sua vita così breve. Troppo breve. O l'amarezza per non averla magari portata a giocare in giardino prima, quel tale giorno, o averla sgridata più forte del dovuto, un altro...

Sono i cosiddetti sensi di colpa del senno di poi. La tristezza di non aver immaginato che sarebbe stata con me così poco...

Presto qui arriverà un altro piccolo atomo.

Non che io o mio padre si voglia dimenticare Rosy. Sarebbe impossibile. Pensiamo solo che occuparci di un cucciolo ci farà sentire un po' meno impotenti. Non abbiamo potuto salvare Rosy, non possiamo più tenerle compagnia.

Ma magari possiamo donare amore ad un'altra creatura che si é appena affacciata alla vita. Abbiamo anche i nostri cinque gatti. Ma abbiamo amore in eccesso, ci piacciono le grandi famiglie.

Così siamo andati al canile. C'erano due cucciolate. Abbiamo scelto una femminuccia bianca, con le macchie nere. Meditiamo di chiamarla Bea. Mi impegnerò a renderla felice come ho reso felice Rosy. Spero che vivrà una vita più lunga.

E spero di continuare a vedere Rosy.

Così come la vedo ora. Nelle stanze.

Accanto a me.

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categorie: pensieri, amore, animali, amicizia, dolore
giovedì, 12 luglio 2007

Addio Rosy (e grazie)

Questa mattina, poco prima delle 7,oo, la mia adorata Rosy se n'é andata per sempre. Era stata tanto male due settimane fa, problemi di respirazione, ma andava migliorando, stava recuperando. Questa mattina, appena sveglia, ha voluto correre in giardino, con mio padre. Poi rientrata in casa...

Un infarto.

Io dormivo ancora. E' stata la voce spezzata dal pianto di mio padre a svegliarmi di colpo. Mi chiamava. Ha detto "E' morta". Stupidamente io ho chiesto chi, anche se avevo capito. Solo che non volevo capire. "Rosy" ha risposto ed é tornato di sotto piangendo. Di solito mio padre é uno che piange in silenzio. L'unica volta in vita mia che l'ho visto e sentito piangere così é stato quando ha dovuto dirmi che per mia madre non c'erano più speranze...

Mi sono vestita in fretta, tanto che ho infilato il vestito alla rovescia, ma al piano inferiore mi sono bloccata prima della sala. Perché ho visto mio padre in ginocchio davanti al divano, ad accarezzare il suo povero cadaverino. Ne ho intravisto solo il pelo scomposto e non ho avuto il coraggio di andare oltre. Non la poteva vedere morta. Non la mia stellina.

Quando sono uscita per andare al lavoro mio padre stava scavando la buca della sua tomba. L'abbiamo sepolta nel giardino davanti, vicino al cancello, dove lei amava tanto stare, per guardare la gente passare ed abbaiare agli altri cani. Per seppellirla l'abbiamo avvolta nel plaid su cui dormiva sempre. Con lei un orsacchiotto e due dei suoi giocattoli di gomma, Pumba e Simba, i personaggi del Re Leone. Li aveva da piccolissima, erano i suoi preferiti.

Gli altri giochi li abbiamo messi in garage. Buttate le ceste colorate dove lei andava a frugare per sceglierli. Io ho tenuto il piccolo albero di Natale di gomma che le avevano regalato Roberta e i suoi bimbi e un gattino. Per ricordarmi di come si divertiva giocandoci.

Buttata anche la sua ciotola. Troppa sofferenza vedere le sue cose.

Io sono corsa da mia madre, al cimitero. Le ho chiesto di andarle incontro perché non abbia paura, perché é sempre stata con noi e potrebbe sentirsi sola, avere bisogno di carezze...

Ed oggi sono rincasata e lei non era sotto il portico a salutarmi e poi a seguirmi mentre mi toglievo le scarpe e mi lavavo le mani. Non c'era. Non ci sarà più. Anche se la vedo in ogni stanza. E' sotto quel piccolo tumolo accanto al muretto.

Qualcuno si stupirà di tanto dolore per un semplice cane...

Beh, non mi interessa. Perché non era un semplice cane.

Era Rosy, una creatura di pura gioia e puro amore. Un piccolo angelo che in sei anni ha donato un immenso, spontaneo, disinteressato calore a me e mio padre.

Penso che un essere vivente che ha regalato così tanta luce si meriti il mio dolore, le mie lacrime, un posto nella mia memoria.

E la mia gratitudine.

Grazie, stellina mia. Sei arrivata subito dopo che mamma se n'era andata. Ci hai ridato la capacità di ridere e di godere delle piccole cose. Abbiamo ricominciato anche grazie a te.

Ci mancherai così tanto... Ci manchi già e te ne sei andata solo da poche ore.

L'unica cosa che mi consola é che in questi anni sei stata tanto amata. Sei stata felice. E spero che il nostro amore ti segua dovunque tu sei...

Non ne ricordo mai i dettagli, ma so che sogno mia madre ogni notte. So che parliamo, che facciamo delle cose insieme, come quando era viva. Ogni notte, nessuna esclusa.

Spero che d'ora in poi con lei, nei miei sogni, ci sarà anche Rosy.

Magari a correre abbaiando, con le sue zampette corte e gli occhi a bottoncino sempre luminosi e sorridenti.

Lo spero con tutto il cuore.

Ti voglio bene, piccolina.

(ps: se chi sta leggendo, volesse salutare la mia piccola, c'é un suo ritratto tra le foto).

postato da: Tendresse72 alle ore 13:45 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: pensieri, amore, animali, dolore