Per me il periodo delle festività natalizie è sempre stato il periodo dei vecchi film. In genere le reti televisive passano un sacco di repliche, musicals, classici, cartoni, filmetti per la tv... C'è di tutto un po'.
E per la sottoscritta non esiste niente di meglio che rannicchiarsi sotto una coperta sul divano e farsene una scorpacciata insieme a una cioccolata calda, nel salotto illuminato dalle luci colorate dell'albero.
Fa vecchia novantenne?
Può darsi, ma lo faccio da che andavo alle elementari, per cui mi sa che non è una questione d'età...
Fa donna cannone per via delle calorie accumulate in stato di immobilità?
Può darsi anche questo, anzi è sicuro, sono decisamente ingrassata in questi giorni. Ma chi se ne frega, fa un freddo cane, devo immagazzinare energia, dimagrirò con la primavera.
E comunque quest'anno, avendo l'influenza, sono giustificata. Non ho altro da fare che starmene qui, al calduccio. Ogni tanto scrivo al pc, come ora, ma poco. Rispetto a quello televisivo, lo schermo del pc ha una luminosità difficile da sopportare per i miei occhi febbricitanti...
Per sintetizzare, dove voglio andare a parare?
Beh, sul fatto che sto facendo incetta di film vecchi e nuovi. Che come sempre mi fanno riflettere, pensare alla vita vera.
Ebbene, ieri, tra un colpo di tosse e un altro, ho rivisto, dopo credo almeno venticinque anni, "L'amore è una cosa meravigliosa".
Non me lo ricordavo praticamente più e l'ho riscoperto.
Il cinema odierno riesce ancora a realizzare buone commedie, ma non ha più la mano per il vero autentico melò. Salvo rare eccezioni, tipo, in quest'ultima stagione, "Espiazione". Eccezioni, appunto. Il melò era di quegli anni, insuperabile.
1955, in questo caso. E credetemi, si tratta di più di cinquant'anni portati benissimo. Sin troppo moderni.
I protagonisti erano Jennifer Jones (intensa bellezza bruna e pallida, nella mia memoria soprattutto per il ruolo tragico di "Addio alle armi") e William Holden, uno dei belli e dannati di Hollywood (dannato perché fu per parecchio tempo, sino alla morte, preda dell'alcool e di attacchi di depressione). Il regista era Henry King (tra i suoi film, per citarne uno, "Tenera è la notte"). La vicenda- e questo proprio l'avevo scordato - è vera, tratta dall'autobiografia della protagonista, il cui nome è stato conservato nella pellicola: la dottoressa euroasiatica Suyin Han, che nel libro raccontò la sua storia d'amore con il giornalista inglese Ian Morrison. Lui nel film divenne un giornalista americano, Mark Eliott, ma, ripeto, il tutto è veramente accaduto.
Siamo ad Hong Kong, nel 1949: Suyin Han, dicevo, è una dottoressa euroasiatica, inglese per parte di madre e cinese per parte di padre. Ha abbandonato la Cina dopo l'uccisione del marito, un generale nazionalista, ed ora è interna in un ospedale della città. E' brava, dedita al proprio lavoro. Nonostante abbia scelto la scienza, ha una mente molto orientale, vede presagi e segni di buona o cattiva sorte in una farfalla o in una nube che copre la luna. "Se non si crede all'incredibile", sostiene, "cosa ne è della fede?". E non vuole complicazioni. Dichiara il proprio cuore morto e in pace.
Poi, ad una festa a cui l'ha trascinata un collega, ecco lui, Mark Eliott. E' un corrispondente di guerra. La nota subito e ne è folgorato. Impiega meno di dieci minuti ad abbordarla e ad invitarla a cena. "Sono simpaticissimo", le assicura. Lei non lo prende molto sul serio. Il suo collega, che lo conosce, la avverte che è sposato. Suyin si convince che sia il classico straniero spaesato alla ricerca di un interludio per non sentirsi solo.
Ma Mark è tenace, vince a poco a poco le sue reticenze. "Vi siete chiusa in una torre d'avorio", le dice, "ma l'unico difetto che hanno le torri è di attirare i fulmini".
Oltre che tenace, è interessante, spontaneo, appassionato. Deciso. Sposato sì, ma... Non sta più con la moglie da sei anni. Da quel poco che racconta si capisce che lei deve averlo tradito, mentre lui era lontano a causa del suo lavoro ("io l'avevo perdonata, certi errori sono dovuti alla solitudine"), ma che poi non ha più voluto saperne di recuperare il loro rapporto.
Impaurita, destabilizzata dalla passione che sente crescere, Suyin è costretta a capitolare. A Mark, che le dice che è lei tra i due la più forte, risponde: "No, sei tu. Tu sei dolce e non c'è niente al mondo più forte della dolcezza".
Sarà vero?
Sicuramente Mark è dolce. E seduttivo, coinvolgente. Tra loro l'amore prende vita, inarrestabile. In un'epoca in cui le scene esplicite non erano contemplate, occhio alla scena sulla spiaggia, tra gli scogli. Mark e Suyin hanno trascorso insieme una giornata tra mare e amici. Sono entrambi in costume da bagno, lei chiede una sigaretta a Mark e lui gliela offre. Suyn la mette fra le labbra e lascia che lui gliela accenda con la propria.
Non si vede nient'altro, ma lo sfiorarsi di quelle due sigarette, la brace ardente dell'una che accende l'altra, ha una potenza metaforica pari al treno che entra nella galleria in "Intrigo Internazionale" di Hitchcock.
Proprio come la sigaretta, la storia di amore si accende e brucia. Mark e Suyin sono inseparabili ed in occasione di un viaggio di lei in Cina, dalla famiglia, lui la raggiunge e le chiede di sposarlo. Peccato che la moglie gli neghi il divorzio. E' una di quelle donne che non vuole più il marito, ma ama lo status di donna sposata. Questo rende tutto più difficile, ben presto la relazione di Suyn e Mark diviene bersaglio delle convenzioni sociali. Perché Mark è sposato e perché Suyin è considerata cinese. Lei perde addirittura il lavoro (sebbene il proprietario dell'ospedale che la licenza intrattenga egli stesso una storia extraconiugale con un'euroasiatica).
Eppure i due amanti sono, a modo loro, felici. "Non c'è niente di giusto o ingiusto sotto il cielo", dice Mark. "A noi la cosa meravigliosa (nb: l'amore, secondo una poesia) non è mancata".
E un indovino cinese che Suyin ha insistito per consultare, assicura che lei vivrà in una grande casa, con molti bambini, e che sì, loro due avranno un lungo futuro insieme.
Beh... Si sa che maghi e fattucchieri sono spesso sinonimo di ciarlatani, vero?
Serve che specifichi che l'indovino si sbaglia?
Forse ci azzecca per quel che riguarda la grande casa e i bambini (anche se non significano quel che Suyin credeva), ma sul lungo futuro insieme... ehm...
Aggiungo solo che ad un certo punto Mark viene inviato dal suo giornale a documentare il conflitto coreano e...
E, sotto l'albero in cima al poggio dove si incontravano sempre, Suyin finisce per tornare da sola.
Una storia triste, tanto più se si pensa che è accaduta veramente.
E bella, per lo stesso motivo. Perché è una testimonianza in più del fatto che la "cosa meravigliosa" esiste. Che la scintilla per qualcuno capita. E forse poco importa per quanto a lungo possa durare. L'importante è sperimentare questa benedetta cosa meravigliosa, in tutta la sua autenticità. E possibilmente non rovinarla troppo con la nostra imperfezione umana.
La vera tristezza, in effetti, è più che altro che pare che ormai la cosa meravigliosa sia relegata solo ai film o alle vicende del passato. Oggi come oggi ho l'impressione di essere circondata di "cose banali" o tutt'al più "cose carine". Il meraviglioso dov'è finito?
Vedete, Mark invita Suyin a cena e le dice, fascinoso "Sono simpaticissimo".
Io - IO!!!!! - tutta entusiasta e convinta, invito un uomo a cena e quello, con tono vagamente svogliato, mi risponde : "Sai, sono messo male, molto depresso e demoralizzato... comunque, dai, usciamo".
La prossima volta che le mie amiche mi rimproverano di avere un atteggiamento troppo chiuso e sfuggente, giuro che me le sbrano in stile squalo bianco.
Le sfuggenti torri d'avorio, secondo Mark Eliott, attirano i fulmini. La mia attira al massimo la nuvoletta di Fantozzi.
E se scendo dalla torre e mi dimostro propositiva, disponibile, aperta... vado a beccare il lui in crisi esistenziale, che non si accorge nemmeno dell'opportunità che gli offro e mi fa anzi subito presente che sarà di scarsa compagnia.
Come ha notato una mia amica: "Caspita, questi uomini sanno veramente cosa significa sedurre".
Già, quelli che ne erano capaci devono essere tutti morti in Corea come il povero Mark. Che Dio l'abbia in gloria.
E pensare che un'altra mia amica, tempo fa, mi aveva domandato "E se dopo dieci o quindici anni di rapporto, il tuo uomo ti tradisse?".
Dieci o quindici anni?!
Qui i rapporti non si riescono nemmeno ad iniziare. Come si fa a pensare a quello che potrebbe accadere se dovessero durare?
Nessuno vuole lasciarsi andare. Tutti sono torri d'avorio. Ma così fortificate, da parare anche i fulmini. E la cosa meravigliosa ignora chi non è diposto ad aprire almeno una finestra...
Concludo con una frase di Suyin: "Mi ha fatto bene conoscerti, Mark. Mi hai dimostrato che non tutto il mondo è malato".
Ah, Suyin... Continuo sempre a sperare di poter dire lo stesso a qualcuno, un giorno di questi.
Auguri a tutti. Che il 2008 sia un anno di torri aperte al pubblico.
Mentre in questi giorni ero ospite di Roberta nella sua casa al mare, su Rete4 é andato in onda "Ragione e sentimento", film ormai di qualche anno fa con Emma Thompson e Kate Winslet, per la regia di Ang Lee. Roberta non lo aveva mai visto e le ho raccomandato di registrarlo. Tornata a casa, mi é venuta voglia di rivederlo, dato che ho il dvd.
Riguardandolo, mi sono resa conto una volta di più di quanto assomiglio ad Eleanor, il personaggio interpretato da Emma Thompson, e di quanto il riserbo, la riservatezza caratteriale, possano essere spesso scambiati per freddezza e mancanza di passione.
In realtà, spesso, é proprio il contrario. Ieri sera ho udito una frase che rende bene il concetto: "Ciò che si vede é la metà di quello che c'é ".
Solo perché una persona tiene sentimenti ed emozioni per se stessa, non significa che essa non ne provi e che queste emozioni non siano altrettanto violente ed intense rispetto a quelle di coloro che le esternano con maggiore - in certi casi persino eccessiva - facilità.
La sorella di Eleanor, Marianne, fa un po' quest'errore, in effetti comune. Lei é tutta cuore ed impulso. Indulge nel più aperto e candido melodramma nel dimostrare il suo amore per il bel inconsistente Willoughby. E crede che, siccome Eleanor invece non sembra struggersi nella stessa maniera per il timido Eward Ferrars, la sorella non provi nulla, che sia fredda. Le chiede persino dove sia il suo cuore.
Mi domando: il cuore esiste solo se lo si porta in bella vista ed offerto a tutti? L'amore e la passione si misurano sull'intensità con cui vengono gridati?
O ci sono forme di passionalità più nascoste e sottili, eppure pur sempre forti?
Io so che Eleanor - così come la splendida figura del colonnello Brandon, con il suo amore silenzioso e al contempo irruente per Marianne - mi é sempre parsa ricolma di passione. Quel tipo di passione che più si tiene a freno più cresce. Più riempie il sangue ed i pensieri. Anche se nessuno, da fuori, può scorgerla.
Lo si capisce da come lei scoppia a piangere, alla fine, di fronte alla dichiarazione tanto attesa del suo Edward. Sua sorella Marianne aveva pianto per metà del film. Lei si abbandona alle lacrime solo in quell'occasione. Eppure quanto é potente questo segno. In quel pianto senza fiato, ci sono tutta l'energia e le mille emozioni contrastanti e la passione e il dolore e i sogni e le speranze che lei si é tenuta dentro sino a quell'istante.
Credetemi, occorre un temperamento non da poco per un tale sforzo. Io lo so bene.
Idem per il colonnello Brandon, il mio personaggio preferito in assoluto. Apparentemente così quieto, così trattenuto, così discreto. Ma guardate le sue espressioni, i suoi occhi. Come chieda qualcosa da fare, qualsiasi cosa, mentre Marianne é in punto di morte. E come gli basti un grazie di lei, ristabilita, per acquistare in un sol colpo dieci anni di vita (quella scena mi fa sempre rotolare il cuore nelle caviglie).
Non ostenterà grandi, dolci romanticherie come il fascinoso Willoughby, ma quanta intensità c'é nella sua "fedeltà" a Marianne, nel suo esserci sempre e con decisione?
Anche questa é passione, gente. E quella del genere a mio avviso migliore. Poco appariscente a colpo d'occhio, ma sulla lunga distanza probabilmente duratura.
Sebbene non lo dia a vedere, continuo a riflettere sulla faccenda della passione. Un po' anche perché ne scrivo tutti i giorni. Un po' perché mi incuriosisce il fatto che alla parola "passione" sono sempre unite, in un modo o nell'altro, le parole "ragione", "emozione", "istinto"...
Ed io sono ancora a lì a cercare di capire come si incastrano. Perché intorno a me le persone mi dipingono scenari estremamente contraddittori. C'é chi mi dice che nella vita bisogna essere pragmatici (ergo... ragionevoli? razionali?) ma poi mi esorta a lasciarmi andare, ad essere meno razionale... 
C'é chi mi parla di seguire la corrente delle emozioni, ma poi ci aggiunge le scelte "maturate" (ma qualcosa che é "maturato" può essere istintivo, o piuttosto é frutto di un percorso ragionato?).
In pratica, brancolo nel buio. Anche perché mi diverte che mi venga detto così spesso che non devo essere razionale. Mi diverte perché io non ho mai fatto nulla in base alla ragione. Sono una tra le persone meno razionali di questo mondo. Vivo con la pancia, non con la testa.
Forse l'equivoco nasce dal fatto che la gente pensa che le persone istintive sono quelle che agiscono sempre, quelle che hanno più rimorsi che rimpianti, che si buttano.
Forse l'equivoco nasce dal fatto che spesso si dimentica che anche la paura, anche il disagio, anche la vergogna non hanno nulla a che vedere con la ragione. Che anche quelli sono sentimenti, emozioni puramente istintivi.
Che dalla pancia nasce il folle desiderio di attraversare il fuoco ma anche l'altrettanto folle bisogno terrorizzato di allontanarsene.
Se fossi una creatura razionale, certi problemi che ho sarebbero più facilmente superabili. Mi basterebbe sedermi a tavolino e studiare un modo concreto e pragmatico per risolverli. Ma, ahimé, sono tutta istinto.
Solo che il mio é istinto a chiudere, anziché ad aprire. Uno dei peggiori istinti in natura...