Domani è il mio compleanno - 36 primavere... o 36 inverni, forse, la primavera credo d'averla saltata - e casualmente, sempre di corsa, stirando o scrivendo al pc, ho visto tre storie di donne che mi hanno fatto pensare.
La prima l'ho incontrata in un film in dvd. "Becoming Jane". E' la storia di Jane Austen, l'autrice di classici come "Orgoglio e Pregiudizio", "Ragione e sentimento", "Persuasione", "Emma", ecc. Il film, lo dice il titolo, racconta come Jane, la ragazza di campagna che teneva i suoi racconti dentro un baule sotto un cassettone, sia diventata Jane Austen, la scrittrice famosa. E com'è successo?
In questa versione romanzata (della vita privata della Austen si conosce poco perché era molto riservata, come del resto richiedeva l'epoca) sembra che avvenga attraverso l'esperienza di un amore impossibile e della rinuncia.
Ti pareva.
Incontriamo Jane in una fase delicata: sua madre (molto simile alla signora Bennet di cui la Austen scriverà in "Orgoglio e Pregiudizio") preme perché si faccia notare dal nipote della ricca lady Gresham. All'epoca, come del resto ci insegnano tutti i libri futuri di Jane, i matrimoni non avevano praticamente mai a che fare con l'amore, ma erano contratti tutti giocati sulla presenza o meno di denaro. Jane, che è una sorta di Jo March ante-litteram, proprio non ci pensa. Vorrebbe il sentimento e dell'amore non sa granché.
Naturalmente - e questo capita solo nei film e nei libri, per quel che ne so - dato che lo sogna, l'amore arriva, all'improvviso. Con le sembianze impertinenti di Thomas Lefroy, giovane avvocato irlandese, mandato dallo zio a trovare i parenti in campagna, per calmare i bollenti spiriti. Questo Tom ha infatti qualche sfumatura di un certo Liam di nostra conoscenza (buon sangue irlandese non mente) e la sua entrata in scena è a torso nudo mentre fa a pugni e si intrattiene con le prostitute.
La prima impressione, tra lui e Jane, non è delle migliori. Lei reagisce nello stesso modo in cui, in "Orgoglio e Pregiudizio", Elizabeth reagisce a Darcy. Lo trova troppo raffinato e snob e lui critica un suo scritto considerandolo troppo forbito e ingenuo. Sembrano destinati a non piacersi, ma Tom si rivela affascinante e audace. Filtra lentamente sotto la pelle di Jane, la stuzzica, la spinge ad interrogarsi su se stessa come scrittrice e donna... Fa quello che dovrebbe fare ogni uomo per conquistare una donna: la vede e le dimostra di vederla.
In breve Jane si innamora di lui. E lui di lei.
Ma... c'è un ma. I soldi, ovviamente. Tom dipende da quelli di suo zio, giudice severo, che non può dimenticare la sorte della sorella, che per sposare il padre di Tom, ha perduto tutto ciò che aveva e ora vive in povertà. Si oppone strenuamente all'unione del nipote con una squattrinata come Jane e... Tom si arrende, non combatte. Jane è distrutta. Poco tempo dopo viene anche a sapere che lui si è fidanzato, con una ragazza ricca, gradita allo zio.
Dunque Tom Lefroy non è Darcy, bensì Willoughby, il giovane bello e fascinoso che spezza il cuore di Marianne in "Ragione e sentimento"?
Le cose non sono sempre quel che sembrano... Tom si rifà vivo. Ci ha provato ma non può vivere nell'ipocrisia. Propone a Jane di fuggire insieme e lei accetta. Per caso, però, scopre la verità: con i soldi che lo zio gli paga come avvocato, Tom mantiene i genitori e i fratelli a Limerick, in Irlanda. Per lei è disposto a mettersi contro lo zio. Ma facendo questo non potrà più aiutare la sua famiglia... Jane capisce di non poterlo permettere.
Lui si ribella, insiste che riuscirà a fare carriera, che insieme ce la faranno, ma Jane è irremovobile. Devastata ma risoluta ritorna a casa.
La ritroviamo molti anni dopo, ormai donna matura e scrittrice affermata. Ad una serata mondana rivede Tom. Lui è in compagnia della figlia maggiore, grande ammiratrice di Jane. E anche la ragazzina si chiama così, Jane. L'ultima inquadratura si chiude sulle mani della Austen: libere da anelli. Non si è mai sposata.
In conclusione... Jane ha agito bene o ha sbagliato? L'amore sarebbe bastato a combattere pregiudizi e povertà come auspicava Tom? O si sarebbe spento nei sensi di colpa e nelle recriminazioni come temeva Jane?
Chissà... Va detto che Thomas Lefroy non è un personaggio fittizio. Non è provato che lui e la Austen volessero sposarsi ma si sono conosciuti e pare che davvero lui abbia chiamato sua figlia Jane. Ha anche fatto davvero carriera, divenendo il presidente della Corte d'Irlanda.
Nel film è interpretato da James McAvoy, l'attore scozzese che tanto mi aveva colpita in "Espiazione". E confermo la mia buona opinione: non è il mio tipo, ma è l'eccezione che conferma la regola. A parte l'indubbio talento, è dotato di una profonda intensità, che lo rende un perfetto romantic lead. Non mancherò di tenerlo d'occhio.
A cosa mi ha fatto pensare "Becoming Jane"?
Jane Austen viene definita, per la sua epoca, una donna forte e moderna: per cui mi chiedo... perché quasi sempre, nei film e nei libri, le donne forti e moderne sono costrette a scegliere una vita solitaria?
Seconda storia.
Di un'altra Jane. In un altro film, "Tempo d'estate", un vecchio film di quelli che vengono trasmessi di pomeriggio. Ci sono finita sopra per caso, dopo che non lo vedevo da molto tempo. E' un film che ho sempre amato molto. Perché mi ci rivedo. La storia di Jane Hudson potrebbe essere la mia, sebbene credo che la mia sarebbe meno romantica e parecchio più banale.
Jane è un'americana non più giovanissima che finalmente corona il sogno di una vacanza in Italia. Soprattutto a Venezia. Ci arriva piena di entusiasmo, con il sogno segreto di ogni "vecchia vergine": la speranza che cambiando luogo e realtà, si possa anche cambiare pelle e trovare ciò che si è cercato per una vita. E la Venezia mostrata dalla regia di David Lean è veramente affascinante, nulla di stereotipato. Lui - nei film c'è un lui anche per le vecchie vergini - entra in scena in un bar all'aperto di Piazza San Marco, seduto poco dietro di lei. La nota per caso e adoro come la osserva, dalla nuca alle caviglie, come se avesse visto da subito in lei qualcosa di unico.
E lei... mi fa una tenerezza... agisce come agirei io, porca miseria. Quando si accorge di questo bell'uomo - troppo bello per una come lei, che diamine - cade nel panico e se la dà a gambe.
Ma il destino cospira. Durante le sue peregrinazioni da turista, Jane entra in un negozio di antiquariato e il proprietario, Renato De Rossi, è... lui, l'uomo del bar. Di nuovo in lei ha il sopravvento il panico e se la batte, ma fortunatamente Renato è un tipo perspicace. Capisce di dover insistere, con pazienza. La spunta.
E la prima sera in cui escono insieme, una vecchina che vende fiori si avvicina al loro tavolo e Jane sceglie una gardenia: racconta a Renato che la sera del suo primo ballo (che pare essere stato l'unico grande avvenimento della sua vita) avrebbe tanto voluto indossare una gardenia, ma non se l'era potuta permettere.
"Ora hai la tua gardenia", le dice lui. "I sogni si avverano, prima o poi".
Forse... ma durano?
Mentre camminano lungo i canali, la gardenia sfugge di mano a Jane e per quanto Renato ci provi non riesce a recuperarla dall'acqua. Lentamente il fiore si allontana galleggiando. Se non è una metafora, questa...
A volte i sogni si avverano, sì. Ma è probabile che restino con noi solo il tempo di tenerli tra le mani una sera.
Il punto è... rinunciarvi perché non dureranno o viverli quel tanto che sarà possibile?
Il segreto, forse, sta nel saperli lasciare andare al momento giusto.
Dopo mille pudori morali (Renato è separato) ed insicurezze, Jane si abbandona. Altra scena altamente metaforica: sul terrazzo della casa di Renato, lui e Jane si baciano, lei regge una delle scarpe che si è tolta passeggiando. Poi viene inquadrato il cielo rischiarato dai fuochi artificiali. E subito dopo di nuovo il terrazzo. Vuoto. La scarpa a terra.
Non avevo mai pensato che la perdita della verginità e dell'innocenza potesse essere rappresentata da una scarpa, ma ha un senso.
Jane, scalza, priva di protezioni, esposta, vive il suo piccolo sogno. Poi un giorno, all'improvviso, dice a Renato che partirà di lì a due ore. "Da ragazza, alle feste, non mi sono mai divertita perché non capivo mai quando era ora di andarsene", dice.
"Ti amo", si oppone lui. "Ti amerò sempre".
"Sì", replica Jane. "Lo farai se partirò".
Anche lei, come Jane Austen, ha scelto bene o ha sbagliato?
Di nuovo, chissà... Però penso che non si sia sbagliata... Come viene detto in un altro grande film ("Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"), una signora sa sempre quando è ora di andarsene.
Onore a Katharine Hepbun. Una Jane perfetta.
Terza storia.
Quella dell'episodio finale della seconda stagione di "Ugly Betty".
Come tutti sanno, Betty Suarez sono io. Però senza capo fascinoso e senza corteggiatori.
E che corteggiatori...
Di quelli ormai in via di estinzione, di cui si sono perse le tracce. E che io le invidio a MORTE.
In questo episodio Betty è depressa e dubbiosa dopo la sua rottura (vivvadio!!!) con l'insipido e antipaticissimo Henry. E Gio, simpatico tipo che le ronza attorno già da diverso tempo, le fa una corte serrata. Solo che in questo specifico episodio, da simpatico tipo, Gio si è guadagnato ai miei occhi il titolo di "Uomo-Vero-Con-Gli-Attributi".
Uno di quelli che se te lo lasci scappare, sorella, puoi anche andarti a buttare in un canale.
Ora come ora Betty è sulla sponda. Spero che nella prossima stagione recuperi buon senso, altrimenti la spingo giù io.
Dovete sapere che per tutta la puntata Betty ha davanti questo ragazzo che la guarda con il sentimento che trabocca dagli occhi (molto bravo, l'attore, Freddy Rodriguez, a rendere la forza della sua attrazione) e lei sta lì a chiedersi se sia il caso di farne il suo "rebound guy" oppure no.
Cos'è un "rebound guy"?
Il classico ripiego. L'uomo con cui esci subito dopo averne lasciato uno importante.
Quello che in genere non conta.
Alla fine si decide e propone a Gio di uscire insieme. Lui rifiuta.
"I don't wanna be the rebound guy", le risponde. "I wanna be THE guy".
E se ne va.
Adesso... ditemi voi... non è un uomo con le palle questo?
In un mondo dove essere "rebound" è persino un'aspirazione (così tutto è meno impegnativo), io potrei regalare anima e cuore in venti secondi a uno come Gio.
Betty, tu che ce l'hai, per carità... PRENDITELO!!!!!!
Cos'ho stabilito con questo papiro?
Che alla vigilia dei trentasei anni ho la penna per compagnia, come Jane Austen. Aspetto ancora di poter cogliere una gardenia, anche se poi mi cadrà di mano. E coltivo nonostante tutto la pia illusione che esista da qualche parte un Gio tutto per me.
Anno in più, solita vita.
Sì, mi riferisco proprio al film di Silvio Muccino, uscito qualche giorno fa...
Su Youtube, dando un'occhiata ai filmati relativi, ho letto commenti a dir poco cattivi, in merito. Muccino è un raccomandato, non vale niente, il film è pretenzioso e insulso, potrà piacere solo alle sedicenni arrapate e a qualche critico pagato, ecc. ecc. Su Blob ho visto lo spezzone dell'invettiva di uno strano tizio (sembrava un ex metallaro giù di forma), che si lamentava che ora, oltre ai Moccia ci sono anche i Muccino, che parlano d'amore e lucchetti sui ponti e altre cavolate simili e che il nostro governo non sa scegliere i film da finanziare. E via così.
Perché scrivo tutto questo?
Perché io non sono una sedicenne arrapata. Nè un critico cinematografico prezzolato. E detesto le storie di Moccia.
Eppure ho visto "Parlami d'amore" e mi è piaciuto molto.
Come sarà successo?
Il mio sospetto è che questa pellicola risenta di qualche (qualche, eh, appena appena un po') pregiudizio...
E, ne convengo, ci sarei potuta cadere anche io. La pubblicità legata al film è infatti quanto mai sbagliata. Non so chi abbia deciso la campagna pubblicitaria, se Muccino o la distribuzione, ma i trailers, il video musicale del brano cantato da Skin, i manifesti... tutto racconta una storia diversa da quella vera. Mostrano prevalentemente solo Silvio Muccino e Carolina Crescentini, ammiccamenti, sorrisi, corse appassionate, ecc. In pratica il film sembra proprio del genere alla Moccia, una classica storiella adolescenziale, dove il climax della vicenda è rappresentato da lui che finalmente conquista lei.
Dico la verità, se avessi visto solo trailer e video, avrei evitato di pagare il prezzo del biglietto. Tanto più che io - mea culpa - non sono una patita di cinema italiano. Non ho mai veduto i film del fratello maggiore di Muccino, nè avevo mai veduto recitare lui. E quando l'anno scorso mi capitò sotto mano il libro a cui è ispirato il film (scritto da Muccino con Carla Vangelista) non lo comprai proprio perché confusi i cognomi e pensai che fosse un libro di Moccia. Ehm...
Allora perché domenica scorsa sono andata al cinema a vederlo?
Grazie a un articolo del mensile CIAK, che compro quasi abitualmente. L'ho letto per curiosità e... ops... ho scoperto che la storia non era affatto come avevo creduto che fosse. E la Crescentini era solo uno specchietto per le allodole. L'amore raccontato nel film (e nel libro) è in verità quello tra Silvio Muccino e Aitana Sanchez-Gijon, ovvero tra un venticinquenne e una quarantenne. Non me lo aspettavo.
Qualcuno qui dirà "e quindi? anche Moccia ha fatto un film con un lui trentasettenne e una lei diciassettenne... è la stessa cosa".
Consentitemi... No. Non è la stessa cosa. Non dal mio punto di vista di donna che veleggia proprio verso i quaranta. Come dicevamo in questi giorni con un'amica, Moccia ha finora raccontato di ragazzine. Il suo messaggio sembra essere "sii giovanissima e fresca e con la taglia 42". Quelle ormai oltre... beh, poverette, hanno dato, si facciano da parte.
Per contro nel film di Muccino c'è una donna-donna. E, sorpresa (dico a te, Moccia) è ancora viva e attraente. E respira pure. Di più, se mi perdonate il francesismo, tromba con gusto.
Ehi, siamo attempate ma pur sempre funzionanti.
Già solo per questo devo ringraziare Muccino. E' un ragazzo, ventisei anni nemmeno compiuti, però ha avuto voglia di raccontare di una donna. Mi inchino.
Per farla breve, le antenne della mia curiosità si sono drizzate e, in attesa che il film uscisse, ho comprato la versione economica del libro, per indagare sulla possibilità che la storia potesse piacermi.
Com'è il libro?
E' scritto da entrambi i punti di vista dei due protagonisti, quindi do per assunto che Muccino abbia scritto le pagine relative a lui e la Vangelista quelle relative a lei.
I difetti?
La scrittura di Muccino è a volte un po' enfatica e ridondante, pecca abbastanza tipica dell'età giovanile. Mina Harker dovrebbe citarlo per lesa dignità, avendo lui usato la sua celebre battuta (dal film di Coppola) "Portami via da tutta questa morte" in modo assai improprio. E, nonostante si parli di pratiche sessuali promiscue e disinibite, la parola "preservativo" è totalmente assente. Silvio, su, dai... E' diseducativo!!
Per il resto accadono un sacco di cose e ci sono alcune lungaggini (tipo quelle legate al personaggio della studentessa di lei) e mi chiedo perché lui debba chiamarsi Sasha (i nomi tipo Luca o Antonio sono caduti in disuso?) e lei essere francese e chiamarsi Nicole (faceva più fico di una qualsiasi quarantenne italiana di nome Maria?).
Però ci sono anche dei pregi.
Le due scritture si amalgamano bene. E c'è una buona atmosfera romantico-erotica. Praticamente tutti i libri italiani che ho letto negli ultimi mesi mancavano completamente di erotismo. Qui i personaggi sono tridimensionali e carnali e ci sono molte scene bellissime di pelle che si sfiora, di desideri che si mescolano (quella all'Opera, in particolare, o il lento sul brano di Chet Baker, senza dimenticare la scena in bagno, con Nicole che trucca gli occhi di Sasha, tutte ben rese anche nel film). Intrigante, sensuale.
Ciò che preferisco.
Libro aggiudicato, quindi.
Toccava al film. Che appunto ho visto domenica scorsa.
Ed è meglio del libro. Le parti ridondanti sono state asciugate e tecnicamente Muccino, alla prima regia, a mio parere ha fatto un ottimo lavoro. Ho apprezzato in particolare l'inizio, in medias res, con questi due sconosciuti che vanno l'uno verso l'altra senza saperlo, sino a collidere letteralmente. E il fatto che a mantenerli in contatto sia un cane mi è parso originale.
Oliva. Piaciuta tanto nel libro e anche nel film.
Cosa dire della storia?
Lui, Sasha, è un bel personaggio. Per i fans del Whedonverse, mi ha ricordato un po' Spike. Come lui si porta il cuore in faccia e, figlio di due tossicodipendenti, crede, in fondo, di non essere all'altezza del mondo "sano". Sempre come Spike è romantico e appassionato, fedele alle proprie idealizzazioni. Si è innamorato di Benedetta - la figlia di uno dei benefattori della comunità in cui è cresciuto - da bambino e la ama tuttora, come si ama un sogno proibito, un'illusione dorata. Lei, Benedetta (la Crescentini) è ovviamente un perfetto esempio di Slutty, sballata, egoista, chiusa nei propri drammi e cieca a quelli altrui. Anche quando finalmente inizia una relazione con Sasha, si tratta di un rapporto in cui lei prende e basta, in modo anaffettivo, la vitalità di lui, la sua purezza innata (anche questa molto spikiana), la sua passione fisica. A tratti mi è parso di assistere ai momenti peggiori della sesta stagione di BtVS... E ora che ci penso... Sasha e Benedetta. S e B. Spike e Buffy... Oddio, ma non è che Muccino guardava BtVS???
Comunque sia, meno male che mi sono presa anche una bella soddisfazione, perché, grazie a Dio, Sasha non si lascia pestare come Spike e a un certo punto rialza la testa.
Forse perché lui aveva qualcosa che mancava al povero Spike. Cioè Nicole...
Nicole è un'ex analista, ora insegnante di francese, sposata con un marito che chiaramente non ama e prigioniera anche lei, come Sasha, del passato. Il passato in cui ha amato profondamente un uomo con disturbi mentali, suicidatosi dopo aver sospeso i farmaci. Lei è in fuga dal mondo e dai sentimenti da allora. Meglio un matrimonio senza amore dove non rischia nulla, che aprirsi di nuovo all'esterno. Al rischio di legarsi.
Diventa amica di Sasha. All'inizio per aiutarlo a conquistare Benedetta, con l'ingenua tenerezza di una sorella maggiore per un cucciolo stropicciato, però lo spettatore (così come il lettore nel libro) non tarda a cogliere ben altra scintilla, tra loro. Qualcosa di sottile e sotto pelle, molto ben costruito. Titillante.
I critici hanno promosso Muccino come attore e regista. Un po' meno per la sceneggiatura, dicono che è banale e troppo affollata di avvenimenti, ma personalmente io trovo che, rispetto al libro, sia, come già dicevo, più essenziale. Mi è sembrato che ogni cosa che accade a Sasha e Nicole (la discesa nel gioco d'azzardo per lui e il ritorno in Francia per lei) facciano parte del loro percorso di avvicinamento. Entrambi devono confrontarsi con le paure che li tengono vincolati al passato (per Sasha il timore di essere marcio dentro come i suoi genitori, per Nicole il senso di colpa per la morte del suo grande amore). E si perdono e ritrovano evocandole, combattendole, superandole.
Sasha si svincola dolorosamente dagli spettri della comunità di Borgo Fiorito e dell'amore senza evoluzione per Benedetta; Nicole dice finalmente addio all'amante morto e al marito mai amato. Una volta liberi possono riconoscere il sentimento che li unisce e provare a viverlo. A rischiare.
Questo è banale?
Non lo so. Considerata la dilagante estetica del nulla che pervade i rapporti attuali, forse sì. Forse siamo diventati tutti così pigri e allergici alla passione e ai rischi da ritenere banale una buona storia d'amore.
O forse sono io una persona banale e mi piacciono cose banali.
Ma non cose "mocciose", però. Lo ribadisco. Qui non ci sono ribelli motociclisti e colleggiali velinesche. Nè lucchetti sui ponti. O scene d'amore in improbabili castelli. Intelligente anzi la scelta registica di Muccino per la scena di sesso (e amore) finale. Non classica. Migliore di quella del libro, dove lui e la Vangelista avevano barato con una serie deludente di parole senza punteggiatura.
E... dimenticavo... sarò io l'unica pervertita che le ha viste, ma giurerei che ci siano anche sfumature slash. Mi riferisco al personaggio di Tancredi, un amico di Benedetta dal pallore vagamente vampiresco. La prima volta che si incontrano, Sasha ha in mano un grosso e lungo martello (già...) e Tancredi gli va vicinissimo e gli chiede "se non me ne vado cosa mi fai con questo martello? Spero qualcosa di sessualmente degradante...". Mmmm... Anche più avanti, Tancredi si dice colpito da come Sasha "tocca" le carte da gioco. "Benedetta era tutta bagnata mentre ti guardava giocare", gli dice. Ma ho il sospetto che pure lui, oltre a Benedetta...
Carina, questa cosa. Forse Muccino ha visto veramente i telefilm di Whedon.
Che altro?
Non fraintendetemi, il film è lungi dall'essere perfetto. Muccino è stato bravo ma non è Kubrik, però io non cercavo la perfezione. Cercavo una bella storia. E sono stata accontentata. Nessuna stucchevolezza, molto erotismo suggerito, bella la Roma un po' bohemienne sullo sfondo. E la corsa per riprendersi Oliva, un momento che mi ha commossa anche nel libro.
Aggiungo che: resta un po' troppa enfasi in certi punti, un po' di ingenuità giovanile; trovo l'ultima scena abbastanza inutile (sia letterariamente che cinematograficamente); si poteva evitare di far confessare da Benedetta di essere stata molestata da bambina (troppo scontato e tanto non m'ha fatto pena); Muccino dovrebbe avere il coraggio, per il futuro, di togliersi le mutande. Ogni volta che si risveglia in un letto dopo una notte di passione sfrenata... si intravedono sempre gli slip perfettamente indossati. Silvio, di nuovo, su, dai... Sii coerente.
Ultima nota: alla faccia di quelli che pensano che il film interessi solo alle adolescenti con gli ormoni a go go, posso testimoniare che la sala del cinema (piena) pullulava di signore d'età.
Eccovi il dialogo tra le tre sessantenni di fianco a me:
- Ma ci sarà una scena di sesso?
- Sì, penso con la quarantenne.
- Lei però ha detto d'essere felice col marito.
- Ha detto così...
- Sì, ma il ragazzo c'ha bisogno d'affetto e così...
E così, ok, Muccino, mi hai convinta. Ti terrò d'occhio, d'ora in poi. Hai del potenziale.
Per me il periodo delle festività natalizie è sempre stato il periodo dei vecchi film. In genere le reti televisive passano un sacco di repliche, musicals, classici, cartoni, filmetti per la tv... C'è di tutto un po'.
E per la sottoscritta non esiste niente di meglio che rannicchiarsi sotto una coperta sul divano e farsene una scorpacciata insieme a una cioccolata calda, nel salotto illuminato dalle luci colorate dell'albero.
Fa vecchia novantenne?
Può darsi, ma lo faccio da che andavo alle elementari, per cui mi sa che non è una questione d'età...
Fa donna cannone per via delle calorie accumulate in stato di immobilità?
Può darsi anche questo, anzi è sicuro, sono decisamente ingrassata in questi giorni. Ma chi se ne frega, fa un freddo cane, devo immagazzinare energia, dimagrirò con la primavera.
E comunque quest'anno, avendo l'influenza, sono giustificata. Non ho altro da fare che starmene qui, al calduccio. Ogni tanto scrivo al pc, come ora, ma poco. Rispetto a quello televisivo, lo schermo del pc ha una luminosità difficile da sopportare per i miei occhi febbricitanti...
Per sintetizzare, dove voglio andare a parare?
Beh, sul fatto che sto facendo incetta di film vecchi e nuovi. Che come sempre mi fanno riflettere, pensare alla vita vera.
Ebbene, ieri, tra un colpo di tosse e un altro, ho rivisto, dopo credo almeno venticinque anni, "L'amore è una cosa meravigliosa".
Non me lo ricordavo praticamente più e l'ho riscoperto.
Il cinema odierno riesce ancora a realizzare buone commedie, ma non ha più la mano per il vero autentico melò. Salvo rare eccezioni, tipo, in quest'ultima stagione, "Espiazione". Eccezioni, appunto. Il melò era di quegli anni, insuperabile.
1955, in questo caso. E credetemi, si tratta di più di cinquant'anni portati benissimo. Sin troppo moderni.
I protagonisti erano Jennifer Jones (intensa bellezza bruna e pallida, nella mia memoria soprattutto per il ruolo tragico di "Addio alle armi") e William Holden, uno dei belli e dannati di Hollywood (dannato perché fu per parecchio tempo, sino alla morte, preda dell'alcool e di attacchi di depressione). Il regista era Henry King (tra i suoi film, per citarne uno, "Tenera è la notte"). La vicenda- e questo proprio l'avevo scordato - è vera, tratta dall'autobiografia della protagonista, il cui nome è stato conservato nella pellicola: la dottoressa euroasiatica Suyin Han, che nel libro raccontò la sua storia d'amore con il giornalista inglese Ian Morrison. Lui nel film divenne un giornalista americano, Mark Eliott, ma, ripeto, il tutto è veramente accaduto.
Siamo ad Hong Kong, nel 1949: Suyin Han, dicevo, è una dottoressa euroasiatica, inglese per parte di madre e cinese per parte di padre. Ha abbandonato la Cina dopo l'uccisione del marito, un generale nazionalista, ed ora è interna in un ospedale della città. E' brava, dedita al proprio lavoro. Nonostante abbia scelto la scienza, ha una mente molto orientale, vede presagi e segni di buona o cattiva sorte in una farfalla o in una nube che copre la luna. "Se non si crede all'incredibile", sostiene, "cosa ne è della fede?". E non vuole complicazioni. Dichiara il proprio cuore morto e in pace.
Poi, ad una festa a cui l'ha trascinata un collega, ecco lui, Mark Eliott. E' un corrispondente di guerra. La nota subito e ne è folgorato. Impiega meno di dieci minuti ad abbordarla e ad invitarla a cena. "Sono simpaticissimo", le assicura. Lei non lo prende molto sul serio. Il suo collega, che lo conosce, la avverte che è sposato. Suyin si convince che sia il classico straniero spaesato alla ricerca di un interludio per non sentirsi solo.
Ma Mark è tenace, vince a poco a poco le sue reticenze. "Vi siete chiusa in una torre d'avorio", le dice, "ma l'unico difetto che hanno le torri è di attirare i fulmini".
Oltre che tenace, è interessante, spontaneo, appassionato. Deciso. Sposato sì, ma... Non sta più con la moglie da sei anni. Da quel poco che racconta si capisce che lei deve averlo tradito, mentre lui era lontano a causa del suo lavoro ("io l'avevo perdonata, certi errori sono dovuti alla solitudine"), ma che poi non ha più voluto saperne di recuperare il loro rapporto.
Impaurita, destabilizzata dalla passione che sente crescere, Suyin è costretta a capitolare. A Mark, che le dice che è lei tra i due la più forte, risponde: "No, sei tu. Tu sei dolce e non c'è niente al mondo più forte della dolcezza".
Sarà vero?
Sicuramente Mark è dolce. E seduttivo, coinvolgente. Tra loro l'amore prende vita, inarrestabile. In un'epoca in cui le scene esplicite non erano contemplate, occhio alla scena sulla spiaggia, tra gli scogli. Mark e Suyin hanno trascorso insieme una giornata tra mare e amici. Sono entrambi in costume da bagno, lei chiede una sigaretta a Mark e lui gliela offre. Suyn la mette fra le labbra e lascia che lui gliela accenda con la propria.
Non si vede nient'altro, ma lo sfiorarsi di quelle due sigarette, la brace ardente dell'una che accende l'altra, ha una potenza metaforica pari al treno che entra nella galleria in "Intrigo Internazionale" di Hitchcock.
Proprio come la sigaretta, la storia di amore si accende e brucia. Mark e Suyin sono inseparabili ed in occasione di un viaggio di lei in Cina, dalla famiglia, lui la raggiunge e le chiede di sposarlo. Peccato che la moglie gli neghi il divorzio. E' una di quelle donne che non vuole più il marito, ma ama lo status di donna sposata. Questo rende tutto più difficile, ben presto la relazione di Suyn e Mark diviene bersaglio delle convenzioni sociali. Perché Mark è sposato e perché Suyin è considerata cinese. Lei perde addirittura il lavoro (sebbene il proprietario dell'ospedale che la licenza intrattenga egli stesso una storia extraconiugale con un'euroasiatica).
Eppure i due amanti sono, a modo loro, felici. "Non c'è niente di giusto o ingiusto sotto il cielo", dice Mark. "A noi la cosa meravigliosa (nb: l'amore, secondo una poesia) non è mancata".
E un indovino cinese che Suyin ha insistito per consultare, assicura che lei vivrà in una grande casa, con molti bambini, e che sì, loro due avranno un lungo futuro insieme.
Beh... Si sa che maghi e fattucchieri sono spesso sinonimo di ciarlatani, vero?
Serve che specifichi che l'indovino si sbaglia?
Forse ci azzecca per quel che riguarda la grande casa e i bambini (anche se non significano quel che Suyin credeva), ma sul lungo futuro insieme... ehm...
Aggiungo solo che ad un certo punto Mark viene inviato dal suo giornale a documentare il conflitto coreano e...
E, sotto l'albero in cima al poggio dove si incontravano sempre, Suyin finisce per tornare da sola.
Una storia triste, tanto più se si pensa che è accaduta veramente.
E bella, per lo stesso motivo. Perché è una testimonianza in più del fatto che la "cosa meravigliosa" esiste. Che la scintilla per qualcuno capita. E forse poco importa per quanto a lungo possa durare. L'importante è sperimentare questa benedetta cosa meravigliosa, in tutta la sua autenticità. E possibilmente non rovinarla troppo con la nostra imperfezione umana.
La vera tristezza, in effetti, è più che altro che pare che ormai la cosa meravigliosa sia relegata solo ai film o alle vicende del passato. Oggi come oggi ho l'impressione di essere circondata di "cose banali" o tutt'al più "cose carine". Il meraviglioso dov'è finito?
Vedete, Mark invita Suyin a cena e le dice, fascinoso "Sono simpaticissimo".
Io - IO!!!!! - tutta entusiasta e convinta, invito un uomo a cena e quello, con tono vagamente svogliato, mi risponde : "Sai, sono messo male, molto depresso e demoralizzato... comunque, dai, usciamo".
La prossima volta che le mie amiche mi rimproverano di avere un atteggiamento troppo chiuso e sfuggente, giuro che me le sbrano in stile squalo bianco.
Le sfuggenti torri d'avorio, secondo Mark Eliott, attirano i fulmini. La mia attira al massimo la nuvoletta di Fantozzi.
E se scendo dalla torre e mi dimostro propositiva, disponibile, aperta... vado a beccare il lui in crisi esistenziale, che non si accorge nemmeno dell'opportunità che gli offro e mi fa anzi subito presente che sarà di scarsa compagnia.
Come ha notato una mia amica: "Caspita, questi uomini sanno veramente cosa significa sedurre".
Già, quelli che ne erano capaci devono essere tutti morti in Corea come il povero Mark. Che Dio l'abbia in gloria.
E pensare che un'altra mia amica, tempo fa, mi aveva domandato "E se dopo dieci o quindici anni di rapporto, il tuo uomo ti tradisse?".
Dieci o quindici anni?!
Qui i rapporti non si riescono nemmeno ad iniziare. Come si fa a pensare a quello che potrebbe accadere se dovessero durare?
Nessuno vuole lasciarsi andare. Tutti sono torri d'avorio. Ma così fortificate, da parare anche i fulmini. E la cosa meravigliosa ignora chi non è diposto ad aprire almeno una finestra...
Concludo con una frase di Suyin: "Mi ha fatto bene conoscerti, Mark. Mi hai dimostrato che non tutto il mondo è malato".
Ah, Suyin... Continuo sempre a sperare di poter dire lo stesso a qualcuno, un giorno di questi.
Auguri a tutti. Che il 2008 sia un anno di torri aperte al pubblico.
L'ultimo film con Hugh Grant uscito in Italia è "Scrivimi una canzone". Commedia romantica con venature musicali che in originale si intitola "Music & Lyrics". Musica e parole.
Infatti tra Alex (Hugh Grant) e Sophie (la protagonista femminile, interpretata da Drew Barrymore) avviene un interessante dialogo proprio sul binomio musica/parole. Lui sostiene che in un brano ciò che conta è soprattutto la melodia. Ma Sophie non è d'accordo. "La melodia è come quando incontri una persona la prima volta, è attrazione, sesso. Ma poi la conosci meglio, conosci com'è, quello che ha dentro. Quelle sono le parole. E' l'insieme delle due cose che crea la magia".
Un concetto semplice, in un film semplice.
Però il più delle volte la verità è proprio questo. Semplice.
Di solito, se ci scervelliamo troppo a trovare una ragione o un motivo, significa che vogliamo trovare la verità dove non c'è.
Concordo con l'idea. Non basta la sola melodia. Non bastano le sole parole. Deve esserci un equilibrio.
E' questo equilibrio che mi interessa. Un buon ritmo. E un buon testo. Il testo, in particolare. Ultimamente incontro solo pagine bianche e vuote.
Sembra che nessuno si curi più di avere qualcosa da dire.
Di citazione in citazione, rimbalziamo sulla tv americana e su un episodio della bellissima terza stagione di "Bones". Uno dei protagonisti principali, Seeley Booth, parla della differenza tra fare sesso e fare l'amore: "Tutti noi siamo fondamentalmente soli, creature separate che girano le une intorno alle altre, alla ricerca del minimo indizio di una reale connessione. Alcuni cercano nel posto sbagliato, altri si rassegnano perché nelle loro menti pensano "Oh, non c'è nessuno là fuori per me". Ma tutti noi continuiamo a provarci. Ancora ed ancora. Perché? Perché una volta ogni tanto - una volta ogni tanto - due persone si incontrano e c'è questa scintilla. E sì, magari lui è attraente, lei è bella e forse vedono solo questo all'inizio. Ma è facendo l'amore - facendo l'amore - che due persone diventano una".
La coprotagonista, Temperance Brennan, ribatte: "E' scientificamente impossibile, per due oggetti, occupare il medesimo spazio".
Lui replica: "Sì, ma quel che è importante, è che noi ci proviamo. E quando lo facciamo nella maniera giusta, noi ci andiamo vicini".
"A cosa?", chiede Temperance. "A superare le leggi della fisica?".
"Sì", conferma Seeley. "Un miracolo".
Questo dialogo ha dato vita a lunghe discussioni tra i fans. In molti lo hanno definito melenso ed irreale. Forse perché, come mi ha detto qualcun altro, il sesso è la forma più diffusa e facile di comunicazione. Quasi scontata. Spesso - troppo spesso - disgiunta da un vero rapporto emotivo. E sentirlo descrivere così, addirittura come un miracolo... beh, immagino che suoni fantascientifico.
Già. Ma andatelo a dire a due persone che si amano davvero.
Ogni tanto capita ancora.
E secondo me è veramente un miracolo.
Altra citazione, questa volta da un racconto.
Lo ha scritto una mia amica, Anna. Si intitola "La principessa con gli occhiali" e racconta di una ragazza che pensava di non volersi innamorare. Ed invece si innamora, di un uomo che capita nella sua vita all'improvviso. Un uomo che non è quello che sembra, che non potrà rimanere. Eppure le regalerà, nonostante tutto, una nuova consapevolezza di se stessa e della vita.
Bella storia, complimenti Anna.
Nel racconto viene citato un passaggio del controverso film "Vi presento Joe Black", con Brad Pitt ed Anthony Hopkins, dove la Morte, in "vacanza" fra noi mortali, finiva con l'innamorarsi. All'inizio, parlando con la figlia, il personaggio di Anthony Hopkins diceva: "Voglio che qualcuno ti travolga, voglio che leviti, voglio che tu canti con rapimento e danzi come un derviscio. Abbi una felicità delirante, o almeno non respingerla.
Lo so che ti suona smielato, ma l'amore è passione, ossessione, qualcuno senza cui non vivi. Io ti dico buttati a capofitto, trova qualcuno da amare alla follia e che ti ami alla stessa maniera. Come trovarlo?
Beh, dimentica il cervello e ascolta il cuore.
Perché la verità è che non ha senso vivere, se manca questo.
Fare il viaggio e non innamorarsi profondamente equivale a non vivere.
Ma devi tentare, perché se non hai tentato, non hai mai vissuto".
Eccessivo?
Sì. Rifuggo dall'idea dell'ossessione e la follia è auspicabile e bella solo fino ad un certo punto. La felicità delirante... beh, personalmente mi accontenterei anche di una felicità serena. Il delirio non è indispensabile. Però...
Però, in un'altra misura, concordo. Fare il "viaggio" e non innamorarsi davvero è viaggiare solo a metà. E' una beffa.
Cosa volevo dire con queste citazioni sparse?
Che sono belle ma tristi. Oggi come oggi.
Oggi come oggi, vai là fuori cercando qualcuno da cui ascoltare una bella melodia e un testo significativo e... ti ritrovi con la suoneria di un cellulare. Un surrogato musicale. Se ti abboni, te ne arriva pure uno nuovo al giorno. Tanto per non annoiarsi.
Oggi come oggi, sei preso più sul serio se scopi e ti ridono in faccia se preferisci fare semplicemente l'amore.
Oggi come oggi la felicità delirante è una barzelletta hollywoodiana e il concetto di "sogno" viene applicato agli sconosciuti che incontri in chat. Se non ti vedo e ti incornicio in un avatar allora sì che tutto diventa magico.
Che fare?
Adeguarsi? Ribellarsi?
Del resto l'hanno confermato anche a Zelig, la scorsa settimana.
"Come hai potuto pensare di andare con un'altra mentre stavi con me?".
"Cara, è la globalizzazione".
Io sono probabilmente una delle poche donne a questo mondo (forse l'unica) che appena poche ore prima di uscire con un uomo... se ne va al cinema per i fatti suoi.
Già.
E che oltretutto finisce per vedere un film che la fa tremare. Nel senso buono, s'intende.
Poco tempo fa, parlando di "Il dottor Zivago" e "La figlia di Ryan", Roberta mi disse che un certo tipo di cinema, con il senso dell'epico e della tragedia, dei grandi scenari, al giorno d'oggi non si fa più.
Da oggi posso dirle che non è vero. Uno c'è. Perlomeno dal mio punto di vista.
Ed è "Espiazione".
Sono andata a vederlo letteralmente "vergine". Nel senso che non ne sapevo nulla. Ne avevo sentito parlare solo al telegiornale, in occasione della Mostra di Venezia, come di un film emozionante in cui Vanessa Redgrave aveva un'unica scena ma fenomenale. Per qualche oscuro motivo, il titolo mi attirava ed anche la locandina. Non so, era scattato un feeling inconscio...
Ed è stato decisamente meglio così. Credo che "Espiazione" si veda molto meglio ignorandone la trama. E' uno strano film, costruito su piani temporali diversi, con rimandi e controrimandi, in cui forse puoi lasciarti trascinare solo se sei curioso di capire, di comprendere ciò che non ti spieghi.
Non voglio parlare della trama, infatti. Ne rovinerei la scoperta a chi vuole vederlo.
Posso citare le righe di presentazione che gli ha dedicato il Mensile CIAK.
Da un libro potente, un film potente
Confermo. Il film è tratto dall'omonimo libro di Ian McEwan ed è... potente, sì. Ti prende a pugni le emozioni ed esci dal cinema ammaccato.
Amore e guerra
Che può sembrare un binomio banale, ormai. E invece qui c'è proprio quella qualità epica alla Zivago, con la differenza che qui ci sono anche la carne e il sangue. Zivago era più freddo, questo film ha un cuore che ti batte nelle orecchie, una storia d'amore erotica ed insieme tenera. E una guerra dove non ci sono battaglie, ma solo la stanca, funerea desolazione che si lasciano dietro.
Un finale insospettabile
Ehm... Purtroppo devo ammettere che - forse complice il mio cervello avvezzo a costruire trame - non è stato affatto insospettabile per me. Quella frase... "Non sentirai più una parola da me". Non vi dico chi la dice, quando, perché, ma... a quella frase ho capito. E tutto ciò che è accaduto dopo questa frase, l'ho visto con il beneficio del dubbio.
Quel vestito verde di Keira Knightley
Che per molti motivi non ti puoi scordare. Bellissimo. In grado di essere indossato solo da una donna magra quanto la Knightley e così perfetto per quello che succede quando lei lo indossa...
Qualche parola sui protagonisti.
Keira Knightley, appunto, è Cecilia Tallis. Un volto, il suo, persino troppo presente nella cinematografia attuale, ma qui l'ho amata particolarmente, con quella faccia e quel corpo plausibilissimi negli abiti e le pettinature degli anni 35/40.
Saoirse Ronan è Briony Tallis a tredici anni. Questa ragazzina è assolutamente intensa ed inquietante. Non mi scorderò i suoi primi piani per un bel po'.
Romola Garai è Briony a diciotto anni. A Roberta dico che era la protagonista di Dirty Dancing 2 e qui non riesce ad essere inquietante quanto la Ronan, ma rende bene il personaggio cresciuto.
Vanessa Redgrave è Briony anziana. Una sola scena, quasi tutta in primo piano. Quando si dice che un grande attore può fare un intero film anche con un'unica inquadratura. Quel primo piano è quello che ti assesta la martellata finale.
Brenda Blethyn è Grace Turner. Piccolo ruolo anche per lei, ma riesce sempre bene nel ruolo di madre e di donna comune.
Infine James McAvoy, che è Robbie Turner. Per chi ha visto "Le cronache di Narnia", McAvoy era il fauno. Chi se lo immaginava che sotto tutto quel trucco ci fosse costui? Intendiamoci, non è un "bello" nel classico senso del genere. Alto appena un metro e settanta, un visetto pulito e carino. Ma che occhi! E che sorriso! Che intensità! In una parola... che bravo! Non so se la seduzione che induce sia dovuta al fascino del personaggio o provenga da lui stesso... Dovrei vederlo in altri ruoli (in cui non sia un fauno possibilmente), però qui funziona. Funziona da dio.
Chiudo con il regista, Joe Wright (già autore del recente "Orgoglio e Pregiudizio" sempre con la Knightley e la Blethyn), che ha saputo confezionare un film visivamente bellissimo e sensuale, con inquadrature che sembrano uscite da quadri in movimento ed immagini di struggente splendore che si mescolano ad altre di orrore puro. Potrei farne un lungo elenco che ho ancora inciso nella mente, però credo che valga la pena di vederle e basta...
Cos'altro aggiungere?
Quando James McAvoy, l'attore protagonista, ha finito di leggere il libro da cui era tratta la scenaggiatura afferma che "ho pianto per ore. Ero furioso".
Posso capirlo.
E voi vi chiederete "ma perché dovrei vedere un film che mi farà piangere e arrabbiare?".
Perché, personalmente, a me non capita poi così spesso. Non veramente. Non con tutto il cuore. E a voi?
PS: quanto all'appuntamento... temo che, dato che Roberta non ha mai finito "Girl of Galway", il suo potere di avversarsi si sia già estinto...
Salve, salve. Scusate l'assenza. Troppe cose da fare. Poco da dire. Ma oggi, sul blog della mia amica Roberta (che ora trovate anche nei link), ho letto una sua recensione di un film italiano (o quantomeno con cast italiano) e mi è venuta voglia di rilanciare.
Di norma io seguo molto poco il cinema italiano. Non che voglia fare la snob, ma sono molto più attratta dal cinema di lingua inglese, che sia americano, britannico o australiano. Non disdegno gli spagnoli, ma con moderazione. Cinema francese quasi niente.
Ma, vabbé, ora sto uscendo dal seminato. Dicevo... presto poca attenzione al cinema di casa nostra. Per i miei gusti, é troppo drammatico, in certi casi, troppo demenziale in altri. Con qualche fortunata eccezione, s'intende. Non mi è mai dispiaciuto Verdone. E ho amato "La finestra di fronte" e "Le fate ignoranti". Ma sono casi rari.
Tra questi casi rari - e spesso inaspettati - rientra il film di cui vi racconto. Iniziato a vedere per caso una sera d'agosto in seconda serata e poi letteralmente seguito a occhi spalancati sino alla fine. Ridendo da sola - e non mi capita di frequente.
Incredibile a dirsi mi ero imbattuta in una commedia rosa italiana che non sembrava affatto italiana. In altre parole era una tipica commedia rosa in stile anglo/americano, cammuffata da italiana. Ambientata a Milano. Ma poteva trattarsi tranquillamente di New York o Londra travestite. Idem per i quattro protagonisti. Che sono Maria, Lucia, Paolo e Antonio. Ma potrebbero serenamente chiamarsi Mary, Lucy, Paul e Anthony.
Forse mi è piaciuta tanto per questo. 
Non aspettatevi chissà che. La trama non è delle più originali. Ma da appassionata di commedie romantiche, posso dire che quasi nessuna, anche tra quelle più riuscite, ha una trama originale. E' un po' il bello di queste storie. Comunque, eccola...
Abbiamo tre amici, cresciuti insieme. C'è Maria, bella, bionda, espansiva, attraente, la sua amica Lucia, bruna, meno bella e appariscente e più introversa e riflessiva. E Paolo, il ragazzino grasso, buffo e tenero. Che nonostante tutto e comunque piace tanto a Lucia.
Però gli anni passano, si cresce. Maria e Lucia tornano da una vacanza studio e... porca miseria, Paolo non è più grasso. Invero è un gran bel pezzo di ragazzo. Ed ovviamente... si mette con Maria. Naturale, no?
Il film inizia qualche anno dopo ancora. Paolo è avvocato, sta ancora con Maria che lavora in un atelier. Lucia è sempre loro amica e fa la pubblicitaria. Un giorno Paolo e Maria le annunciano che entro un paio di mesi si sposeranno.
Ingoiando il colpo al cuore, Lucia li segue ad una festa. E qui accade il fattaccio. Maria se ne va prima. Paolo e Lucia restano, si ubriacano un po'. E finiscono a letto insieme. E' una lunga notte di sesso appassionato. La mattina dopo Lucia si aspetta chissà che... e Paolo invece si aspetta che la cosa resti fra loro. Sostiene che era "inevitabile", che avevano sempre saputo che sarebbe successo, ma... è meglio che Maria ne resti all'oscuro.
Lucia è comprensibilmente affranta. E forse - se non fosse per una foto e per un dialogo avuto con Maria - non farebbe nulla, però... Ci sono appunto quella foto e quella conversazione. Maria è una tipa un po' naif, le piace il cinema orientale, l'opera, il teatro, inizia monologhi che non porta a termine, è vagamente "artista"... e vuole bene a Paolo, ma... insomma lui è uno che calcola quanto tempo impiega a spostarsi da un posto all'altro, tutto quadrato e in completo grigio. Si capisce che Maria si sta chiedendo se nella vita non potrebbe avere qualcosa di diverso, un uomo con i suoi stessi gusti, misterioso, affascinante, un tantino poeta...
L'uomo perfetto.
E allora Lucia si ritrova tra le mani quella foto, in ufficio. Di un attore, per un casting. Lo convoca, anche se con lo spot a cui sta lavorando (su un prodotto per la cellulite) non c'entra niente. E lo ingaggia. Gli propone di pagarlo, perché lui si trasformi nell'uomo perfetto per Maria e la induca a mandare a monte il matrimonio con Paolo.
Antonio, l'attore, che è squattrinato e costretto a vivere con l'ex marito della sorella, accetta. I soldi gli servono. E...
Devo continuare?
I clichè della commedia romantica ci sono tutti. Antonio si cala nella parte così bene che Maria davvero ci casca e se ne invaghisce. E Paolo ha continui ripensamenti e torna spesso da Lucia dicendo che non riesce a scordare la notte che hanno passato insieme (l'affiatamento, lo chiama lui). Solo che...
Solo che Lucia improvvisamente non è più così convinta... E se, con tutto il tempo che passa con lui, ad insegnargli la parte, avesse cominciato a trovare Antonio particolarmente simpatico?
Se l'uomo giusto, quello "perfetto" per lei, non fosse quello che ha inseguito per una vita, ma questo sconosciuto spuntato dal nulla, con la capacità di leggerle dentro?
C'è una scena bellissima - la mia preferita - in cui Antonio, provocato dal fatto che Lucia sottovaluti le sue capacità di seduttore, comincia ad elencarle tutto ciò che ha capito di lei, i suoi piccoli gesti, le sue insicurezze, il fatto che sia bella anche se cerca di nasconderlo e via così. Della serie allarme rosso: quest'uomo è pericoloso. Mi vede davvero.
Poi si ritrae, le chiede: "Non sono stato bravo?". Finge di aver recitato. Anche se tu che guardavi, hai compreso benissimo che era sincero.
C'è il lieto fine, ovvio. Altrimenti non sarebbe una commedia romantica. E non mi dilungo per non rovinare la visione a chi fosse interessato. Il titolo, se non si era capito, è "L'uomo perfetto". Gli attori sono tutti volti noti, televisivi soprattutto. Maria è Gabriella Pession, vista in mille fiction. Paolo è Giampaolo Morelli, idem.
Lucia è Francesca Inaudi, attualmente nel cast di "Distretto di polizia". Non bella, ma con quelle facce assimetriche a cui ti affezioni, dopo un po' che le guardi. E Antonio...
Ebbene sì, Antonio è Riccardo Scamarcio. 
Ebbene sì perché io non sono una fan di Scamarcio. La "scamarcite" non è un virus che mi ha colpita.
Però sono una persona obbiettiva e quando devo dare a Cesare quel che è di Cesare, beh... glielo do. E in questo film Scamarcio mi è piaciuto. Forse complice il carisma naturale del personaggio (Antonio è assolutamente delizioso, impossibile non innamorarsene, non gli puoi resistere) è stato veramente bravo. E tanto divertente.
Menzione d'onore all'attore che interpreta l'ex marito della sorella di Antonio. Credo si chiami Giuseppe Battiston. Esilarante. Ha poche scene ma sublimi. Tipo quella (da qui il titolo del post) della Barbie divorziata.
"Lo sai perché la Barbie divorziata costa di più?", chiede ad un attonito Antonio. "Perché ha la macchina di Ken, la casa di Ken, gli asciugamani di Ken, la lavatrice di Ken...". Ecc. L'elenco è lungo. Ma giuro che mi sono piegata in due dalle risate.
Va visto!!!
E comunque tutti i personaggi di contorno (come in ogni buona commedia romantica americana o inglese) sono simpatici e ben delineati: i colleghi di Lucia (compreso il gay di turno), il suo capo, il tizio che conosce ad una festa e che comicamente continua ad incontrare in ogni bagno in cui entra...
E occhio ai titoli di coda. In quelli Scamarcio si merita un bacio in fronte.
Insomma, se avete voglia di un film romantico, divertente e molto dolce, ve lo consiglio.
Lucia docet: "E' buffo. Uno passa una vita ad inseguire un sogno e non sa che la sua isola felice è lì, a pochi passi".
Eh, già... La natura umana, no? 
La lantana é un tipo di vegetazione. Apparentemente gradevole alla vista, ma sotto nasconde grovigli di rovi e può essere velenosa. Un'ottima metafora, se si vuole parlare dell'amore. O meglio dell'evoluzione dell'amore, del suo consumarsi, del suo deteriorarsi, del suo scontrarsi con la vita che passa, con gli anni che aumentano, con i sogni che non si sono avverati, con il disincanto della mezza età. Quell'età in cui ti soffermi a chiederti dove sei arrivato, come, perché. Quell'età in cui ti guardi allo specchio e non ti riconosci del tutto. E pensi che non può essere tutto lì. Che ci deve essere dell'altro. Qualcosa di più.
E' ciò che all'incirca passa per la mente e gli occhi di Leon, nella luce un po' livida e polverosa di una città australiana. Leon é un poliziotto, intorno ai quaranta. E' sposato, con due figli adolescenti. Sua moglie Sonja si é iscritta ad un corso di ballo latino-americano e lui la accompagna. E al corso incontra Jane, casalinga separata in cerca di nuove conoscenze maschili. Ci va a letto. Non sa nemmeno lui il perché. Così come non sa perché insista a correre ogni giorno, nonostante la fitta al petto che lo coglie ogni tanto. Non soffre di cuore, Leon. Soffre delle risposte che non ha. Soffre dell'ansia di non sapere cosa prova, cosa sta facendo, dove sta andando.
Non che Sonja viva una condizione diversa. All'insaputa di Leon, va da una terapista, Valerie. Le racconta di come nel suo matrimonio manchino la complicità e la passione, di come senta Leon distante. Non é arrabbiata con la propria età, dice. Le piace essere giunta fin lì. Ma vorrebbe qualcosa di più. Pensa che Leon la tradisca e non la ferisce più di tanto che lui faccia sesso con un'altra, in verità. La turba che lui le menta. Sonja é convinta che il vero tradimento sia la menzogna.
Non é l'unica paziente che parli a Valerie di infedeltà e tradimento. C'é anche Patrick, un omosessuale che ha una relazione con un uomo sposato. Patrick sostiene che la moglie del suo amante mente a se stessa, come fanno tante donne, e non vuole vedere e capire che suo marito é gay. Le cita una battuta dell'amante, una di quelle battute cha fatichi a scordarti. L'uomo gli ha detto che fare l'amore con la moglie é come cercare di riempire un pozzo vuoto. Patrick sa che il suo amante non é felice, ma non é sicuro che lascerà la moglie. "Gli uomini buoni non lasciano le mogli", ammette.
"Gli uomini buoni...", ribatte Valerie. "... o i vigliacchi?".
A Valerie, quel paziente omosessuale non piace. La turba. Anche lei ha problemi matrimoniali. Lei e suo marito John hanno perso l'unica figlia, undicenne, assassinata. Questo li ha divisi intimamente. Valerie sente John distante, almeno quanto Sonja sente distante Leon. E lentamente i suoi pensieri cominciano ad assomigliare al groviglio nascosto della lantana: in lei nasce lo stesso sospetto di Sonja. Che suo marito la tradisca. E forse la tradisce proprio con Patrick. Forse Patrick é venuto da lei a fare terapia per sfidare la sua rivale che assomiglia a un pozzo vuoto...
Ma tutti, tutti loro, da Valerie a Leon, sono pozzi vuoti, in cerca di emozioni, di spiegazioni, di motivi, che non bastano mai a riempirli. Come Jane. Sì, ritorniamo indietro, in un cerchio sotterraneo, sino all'amante di Leon. L'amante di due volte, perché lei poi vorrebbe già spingere l' "affair" oltre e Leon fa marcia indietro. Jane che ha lasciato il marito Pete perché non era più quello che voleva. Ma che siccome non ha un'idea precisa di quello che vuole, passa la giornata a bere, fumare e ballare canzoni sudamericane in vestaglia. E a osservare il mondo dalla finestra. Specie quello dei vicini, Nick e Paula, un po' più giovani, tre figli. Lei lavora, lui no e consuma le ore del giorno in canottiera, portando a spasso il figlio piccolo in passeggino. Paula gli ha fatto presente che se mai incasinerà il loro matrimonio, tradendola per noia, lei gli appenderà le palle al filo del bucato insieme alle mutande.
Pozzi vuoti. Con le pareti di mattoni sgretolate, che combattono contro il tempo e l'umidità.
Pozzi di solitudine. Come Claudia, l'agente di polizia partner di Leon. Single che fantastica sullo sconosciuto che cena nel suo stesso ristorante e che di tanto in tanto la guarda.
La lantana si aggroviglia e nell'anima si accumulano le stesse domande di tutti questi personaggi in cerca d'autore.
Leon e Sonja sapranno ritrovarsi?
John tradisce veramente Valerie? E Patrick vincerà oppure no contro la moglie del suo amante?
Jane uscirà dal labirinto delle sue giornate senza scopo?
Nick darà dei problemi a Paula?
E Claudia conoscerà mai l'uomo del ristorante?
Soprattutto, a chi appartiene il cadavere femminile con cui si apre la storia?
Di schiena, tra i rovi... Potrebbe essere una qualsiasi delle donne di cui ho scritto. Così come ognuna delle vicende che ho elencato potrebbe prendere decine di direzioni diverse. Come accade nella vita. Quello che, come tutti sanno, accade mentre tu stai facendo tutt'altro.
Se volete risposte, guardatevi "Lantana", un piccolo film australiano del 2001. Trovate tutte le informazioni su IMDB.
Per la cronaca, Leon, il poliziotto, é Anthony LaPaglia, che non ricordo di avere mai visto tanto intenso, umano e vero. E la terapista Valerie e suo marito sono Barbara Hershey e Geoffrey Rush. Nomi e volti che sono una garanzia. Credetemi.
Mentre in questi giorni ero ospite di Roberta nella sua casa al mare, su Rete4 é andato in onda "Ragione e sentimento", film ormai di qualche anno fa con Emma Thompson e Kate Winslet, per la regia di Ang Lee. Roberta non lo aveva mai visto e le ho raccomandato di registrarlo. Tornata a casa, mi é venuta voglia di rivederlo, dato che ho il dvd.
Riguardandolo, mi sono resa conto una volta di più di quanto assomiglio ad Eleanor, il personaggio interpretato da Emma Thompson, e di quanto il riserbo, la riservatezza caratteriale, possano essere spesso scambiati per freddezza e mancanza di passione.
In realtà, spesso, é proprio il contrario. Ieri sera ho udito una frase che rende bene il concetto: "Ciò che si vede é la metà di quello che c'é ".
Solo perché una persona tiene sentimenti ed emozioni per se stessa, non significa che essa non ne provi e che queste emozioni non siano altrettanto violente ed intense rispetto a quelle di coloro che le esternano con maggiore - in certi casi persino eccessiva - facilità.
La sorella di Eleanor, Marianne, fa un po' quest'errore, in effetti comune. Lei é tutta cuore ed impulso. Indulge nel più aperto e candido melodramma nel dimostrare il suo amore per il bel inconsistente Willoughby. E crede che, siccome Eleanor invece non sembra struggersi nella stessa maniera per il timido Eward Ferrars, la sorella non provi nulla, che sia fredda. Le chiede persino dove sia il suo cuore.
Mi domando: il cuore esiste solo se lo si porta in bella vista ed offerto a tutti? L'amore e la passione si misurano sull'intensità con cui vengono gridati?
O ci sono forme di passionalità più nascoste e sottili, eppure pur sempre forti?
Io so che Eleanor - così come la splendida figura del colonnello Brandon, con il suo amore silenzioso e al contempo irruente per Marianne - mi é sempre parsa ricolma di passione. Quel tipo di passione che più si tiene a freno più cresce. Più riempie il sangue ed i pensieri. Anche se nessuno, da fuori, può scorgerla.
Lo si capisce da come lei scoppia a piangere, alla fine, di fronte alla dichiarazione tanto attesa del suo Edward. Sua sorella Marianne aveva pianto per metà del film. Lei si abbandona alle lacrime solo in quell'occasione. Eppure quanto é potente questo segno. In quel pianto senza fiato, ci sono tutta l'energia e le mille emozioni contrastanti e la passione e il dolore e i sogni e le speranze che lei si é tenuta dentro sino a quell'istante.
Credetemi, occorre un temperamento non da poco per un tale sforzo. Io lo so bene.
Idem per il colonnello Brandon, il mio personaggio preferito in assoluto. Apparentemente così quieto, così trattenuto, così discreto. Ma guardate le sue espressioni, i suoi occhi. Come chieda qualcosa da fare, qualsiasi cosa, mentre Marianne é in punto di morte. E come gli basti un grazie di lei, ristabilita, per acquistare in un sol colpo dieci anni di vita (quella scena mi fa sempre rotolare il cuore nelle caviglie).
Non ostenterà grandi, dolci romanticherie come il fascinoso Willoughby, ma quanta intensità c'é nella sua "fedeltà" a Marianne, nel suo esserci sempre e con decisione?
Anche questa é passione, gente. E quella del genere a mio avviso migliore. Poco appariscente a colpo d'occhio, ma sulla lunga distanza probabilmente duratura.
La mia amica Roberta ieri ha visto un film di cui io avevo già scritto una recensione sul nostro gruppo yahoo, l'autunno scorso. Siccome lei non la trova, la riposto qui.
Il film in questione é "La figlia di Ryan".
Risale al 1970 ed é del regista David Lean (quello del Dottor Zivago).
Particolare importante é girato ed ambientato in Irlanda.
Per questo ora lo amo di più.
Prima in Irlanda non c'ero stata, ora sì.
E quella del film é proprio lei, l'Irlanda che più amo, quella
dell'ovest, quella atlantica. Lean é stato un mago nel rappresentarla.
Morale?
(Non prosegua chi lo vuole vedere e non intende guastarsi la sorpresa della prima visione).
La storia é semplice, vecchia come il mondo.
Sebbene il film si apra con una veduta delle meravigliose Cliffs of
Moher (che sono un po' più su), la vicenda si svolge in un ipotetico minuscolo villaggio della penisola di Dingle, la rappresentazione dell'Irlanda più selvaggia e spettacolare, tutta scogliere e spiagge bianche e immense.
Siamo negli anni tra il 1915 e il 1918. Mentre altrove é in corso il primo conflitto mondiale, in Irlanda il conflitto é il solito:
irlandesi vs inglesi usurp