The diary of Tendresse

Diario dell'ultima delle romantiche. O della prima delle ciniche. Dipende dai giorni.
mercoledì, 17 dicembre 2008

L'evoluzione dei sessi e l'allegrezza di Morelli

Non scrivevo su questo blog da troppo tempo. E parlando di tempo, oggi non ne avrei proprio, per scrivere un commento qui, ma... ho alcune considerazioni che mi si affollano in testa e le volevo condividere. Chissà mai che non mi giunga qualche risposta... L'argomento è sempre il rapporto uomo-donna, naturalmente. D'altra parte io scrivo di quello. Numerose fan fiction per il mio sito (pure troppe, mi ci vorranno anni per venirne a capo, spero solo che i miei lettori non si annoino a morte prima) e da qualche tempo anche due romanzi originali. Già. Non uno, ma DUE. Io mica posso partire con semplicità. Devo complicarmi subito la vita. Non è neppure una partenza, comunque, semmai un ritorno. Prima delle fanfiction scrivevo originali. Però allora procedevo a passo di lumaca e con una storia alla volta. Ora sono un bradipo con tremila storie insieme.

Si evolve. (O si peggiora, dipende).

Comunque... veniamo al nocciolo. Ultimamente ho discusso molto, su un forum, della natura dei rapporti uomo- donna. Mi è stato fatto notare che gli studi scientifici decretano che uomo e donna sono diversi proprio a cominciare dal cervello: che l'uomo usa soprattutto la parte razionale e comunica dando informazioni, stentando nell'esprimersi sul piano affettivo (il che nasce dalle sue radici di cacciatore teso a proteggere e difendere il proprio territorio), mentre la donna usa anche l'emisfero emotivo e comunica con lo scopo di creare legami affettivi (grazie alle sue radici di femmina che doveva creare l'habitat e il compagno più adatti per la protezione e la crescita della prole).

Okay. E' stato sicuramente così, per parecchio tempo... ma è ancora così?

Davvero gli uomini sono gli iperazionali e le donne le emotive?

Non so, io sono in proposito profondamente scettica. Trovo che molte donne, oggi come oggi, abbiano messo da parte l'emotività e l'empatia tipicamente femminili, rimpiazzandole con l'indipendenza, l'aggressività, la concretezza. Dall'altra parte, gli uomini non mi sembrano più tanto iperazionali. Quelli che incontrano (e mi riferisco soprattutto ai single), mi danno un'impressione di fragilità, di insicurezza, di diffidenza. Come se fossero incompleti.

Guadagnando la parità, temo che noi donne li abbiamo un po' privati degli attributi. Non lo dico in tono offensivo, ma se è vero che, come se asseriscono i testi scientifici e i trattati psicologici, l'uomo trova la propria dimensione nell'essere protettivo e nella consapevolezza di essere quello che sistema le cose... beh, come possono riuscirci gli uomini di oggi, in un mondo in cui le donne si sistemano le cose da sole e non hanno più bisogno di loro?

Fra l'altro tempo fa ho visto in libreria una nuova edizione del famoso "Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere". Pare che l'autore abbia deciso di aggiornarlo, dati i tempi che cambiano...

Quindi... esistono ancora i maschi alpha o li abbiamo sterminati?

O stanno nascendo i maschi - Morelli?

Ah, sì. Non potevo non scriverci due righe. Oggi ho visto al supermercato il nuovo libro di Raffaele Morelli, dall'esaltante titolo "Il sesso è amore". Ovvero come vivere la sessualità senza sensi di colpa.

Lo dico senza presunzione, proprio dal cuore. Mi basta anche una sola frase di Morelli per ridere a crepapelle. Lui, con tutta la sua straripante "allegrezza". Mi farebbe quasi tenerezza, se non fosse che certe volte mi spaventa.

Ho già letto altre cose sue, di questa mi è bastato il riassunto della copertina... Morelli è quello che ti esorta ad amare senza pensare, a non scegliere (del tipo, hai un coniuge a cui vuoi bene ma il tuo collega del quarto piano ti fa arrotolare istantaneamente le autoreggenti? Ottimo!! Qual è il problema? Amali entrambi con trasporto e gioia e spensieratezza!!! E' tutta natura!! Sarete tutti e tre tanto felici!!) e in quest'ultimo libro ha raggiunto l'apoteosi.

Perché porsi domande come "E' la persona giusta?" o "Durerà"?

Inutili.

Perché progettare future unioni, avere aspettative?

No, folli!!! Sbagliate tutto!!!

Il vero amore è il sesso. E il sesso è l'amore. E basta.

Gli altri "dettagli" , vedi costruire una famiglia insieme, supportarsi, volersi bene con dedizione attraverso periodi di gioia e di tristezza, sono - testuali parole - aggiunte SUPERFICIALI. Il vero amore, gente, è il sesso, ovvero desiderio, piacere, passione.

Tutto il resto - Califano docet - è presumibilmente noia.

Cavolo. Che cretini che siamo. Non abbiamo capito una beata fava.

In realtà il segreto della felicità e dell'amore è trombare allegramente e senza freni. Tanto è vero amore.

Quindi Brian Kinney aveva capito tutto ed era uno che amava tantissimo. Aveva un cuore GRANDE GRANDE.

Che bella filosofia Morelli. Sulla carta non fa una sbavatura.

Ma, mi sorge una domanda: se tutto il genere umano la applicasse... non finirebbe con l'estinguersi?

Voglio dire, il desiderio e la passione non durano mai molto a lungo, è comprovato. Quindi, inseguendo solo il puro desiderio, tutti finiremmo per cambiare spesso partner e per non creare legami duraturi. Senza legami duraturi, quale donna deciderebbe di fare figli?

Vivere di passione è impegnativo, consuma carne e pensieri. Chi vorrebbe più dedicare tempo all'educazione e alla crescita dei figli?

Certo qualcuno potrebbe opinare che se ci estinguiamo non è poi una gran perdita. Sì, beh, al giorno d'oggi è sacrosanto...

Chissà...

Comunque auguro a Morelli un buon Natale: nel suo mondo fiabesco e pieno di allegrezza di sicuro si festeggia alla grande. Beato lui.

 

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categorie: pensieri, amore, libri, sesso
sabato, 27 settembre 2008

Ciao, Paul

Gli dico solo ciao.

Non posso dire addio a Paul Newman.

Era l'attore preferito di mia madre, insieme a Rock Hudson. Sono cresciuta con i loro film, specie quelli degli anni '50 e '60.

Non li posso dimenticare. Non posso dimenticare Paul. E i suoi occhi blu e il suo sorriso beffardo saranno sempre vivi per me.

Stranamente (non sono tante le coppie di Hollywood che trovo ben assortite) amavo anche sua moglie. Joanne Woodward, bella ma non solo bella, con quel visetto simpatico e spiritoso. Un'attrice di talento.

Li ricordo insieme nel film che li fece incontrare, lo splendido "La lunga estate calda". Ma anche nella deliziosa commedia "Missili in giardino", o nell'intenso "Dalla terrazza", dove interpretavano una coppia scoppiata che alla fine si separava nel rancore (un film che mia madre adorava).

Ho amato molto Paul anche nei film tratti dalle opere di Tennessee Williams. "La gatta sul tetto che scotta" per me è un must. Lo conosco quasi a memoria. E di recente ho riscoperto "La dolce ala della giovinezza", dove lui impersona l'irresistibile, fascinoso Chance (mai nome fu più azzeccato), un autentico, dolceamaro, doloroso bad guy (Elvis Presley rifiutò questo ruolo proprio perché troppo negativo). Il film fu vietato ai minori di 18 anni, all'epoca... Che è quasi buffo se si pensa che la censura americana aveva fatto cambiare il finale dell'opera teatrale, sostituendolo con uno molto blando e un po' banale, mentre quello vero... beh, era "castrante". E la parola non è scelta a caso.

Paul, comunque, è stato grandioso sino alla tarda età.

Sempre con i suoi occhi trasparenti e quella faccia un po' così.

Il lacrimevole e un po' in eccesso di glucosio "Le parole che non ti ho detto" è illuminato dalla sua partecipazione come padre di Kevin Costner.

E non posso non citare il suo ultimissimo ruolo, nel bellissimo "Era mio padre". L'indimenticabile dignità con cui attende che Tom Hanks gli spari.

L'ultima scena.

Ma solo in senso tecnico, Paul.

Tu non smetterai di essere il grande attore che sei stato.

Non per me, non ogni volta che rivedrò un tuo film.

Ciao, dunque.

E grazie.

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categorie: cinema
sabato, 09 agosto 2008

Era bellissima

Era bellissima e quest'anno avrebbe compiuto sessant'anni. E sarebbe stata ancora bellissima, ne sono sicura.

Invece se n'è andata, con gli occhi chiusi, a piedi nudi, nel tardo pomeriggio del 9 agosto 2000. Un tardo pomeriggio dorato.

Bellissimo come lo era lei.

Rosanna.

Ti amo sempre, mamma.

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categorie: pensieri, dolore
venerdì, 30 maggio 2008

La penna, la gardenia e il rebound guy (due Jane e una Betty)

Domani è il mio compleanno - 36 primavere... o 36 inverni, forse, la primavera credo d'averla saltata - e casualmente, sempre di corsa, stirando o scrivendo al pc, ho visto tre storie di donne che mi hanno fatto pensare.

La prima l'ho incontrata in un film in dvd. "Becoming Jane". E' la storia di Jane Austen, l'autrice di classici come "Orgoglio e Pregiudizio", "Ragione e sentimento", "Persuasione", "Emma", ecc. Il film, lo dice il titolo, racconta come Jane, la ragazza di campagna che teneva i suoi racconti dentro un baule sotto un cassettone, sia diventata Jane Austen, la scrittrice famosa. E com'è successo?

In questa versione romanzata (della vita privata della Austen si conosce poco perché era molto riservata, come del resto richiedeva l'epoca) sembra che avvenga attraverso l'esperienza di un amore impossibile e della rinuncia.

Ti pareva.

Incontriamo Jane in una fase delicata: sua madre (molto simile alla signora Bennet di cui la Austen scriverà in "Orgoglio e Pregiudizio") preme perché si faccia notare dal nipote della ricca lady Gresham. All'epoca, come del resto ci insegnano tutti i libri futuri di Jane, i matrimoni non avevano praticamente mai a che fare con l'amore, ma erano contratti tutti giocati sulla presenza o meno di denaro. Jane, che è una sorta di Jo March ante-litteram, proprio non ci pensa. Vorrebbe il sentimento e dell'amore non sa granché.

Naturalmente - e questo capita solo nei film e nei libri, per quel che ne so - dato che lo sogna, l'amore arriva, all'improvviso. Con le sembianze impertinenti di Thomas Lefroy, giovane avvocato irlandese, mandato dallo zio a trovare i parenti in campagna, per calmare i bollenti spiriti. Questo Tom ha infatti qualche sfumatura di un certo Liam di nostra conoscenza (buon sangue irlandese non mente) e la sua entrata in scena è a torso nudo mentre fa a pugni e si intrattiene con le prostitute.

La prima impressione, tra lui e Jane, non è delle migliori. Lei reagisce nello stesso modo in cui, in "Orgoglio e Pregiudizio", Elizabeth reagisce a Darcy. Lo trova troppo raffinato e snob e lui critica un suo scritto considerandolo troppo forbito e ingenuo. Sembrano destinati a non piacersi, ma Tom si rivela affascinante e audace. Filtra lentamente sotto la pelle di Jane, la stuzzica, la spinge ad interrogarsi su se stessa come scrittrice e donna... Fa quello che dovrebbe fare ogni uomo per conquistare una donna: la vede e le dimostra di vederla.

In breve Jane si innamora di lui. E lui di lei.

Ma... c'è un ma. I soldi, ovviamente. Tom dipende da quelli di suo zio, giudice severo, che non può dimenticare la sorte della sorella, che per sposare il padre di Tom, ha perduto tutto ciò che aveva e ora vive in povertà. Si oppone strenuamente all'unione del nipote con una squattrinata come Jane e... Tom si arrende, non combatte. Jane è distrutta. Poco tempo dopo viene anche a sapere che lui si è fidanzato, con una ragazza ricca, gradita allo zio.

Dunque Tom Lefroy non è Darcy, bensì Willoughby, il giovane bello e fascinoso che spezza il cuore di Marianne in "Ragione e sentimento"?

Le cose non sono sempre quel che sembrano... Tom si rifà vivo. Ci ha provato ma non può vivere nell'ipocrisia. Propone a Jane di fuggire insieme e lei accetta. Per caso, però, scopre la verità: con i soldi che lo zio gli paga come avvocato, Tom mantiene i genitori e i fratelli a Limerick, in Irlanda. Per lei è disposto a mettersi contro lo zio. Ma facendo questo non potrà più aiutare la sua famiglia... Jane capisce di non poterlo permettere.

Lui si ribella, insiste che riuscirà a fare carriera, che insieme ce la faranno, ma Jane è irremovobile. Devastata ma risoluta ritorna a casa.

La ritroviamo molti anni dopo, ormai donna matura e scrittrice affermata. Ad una serata mondana rivede Tom. Lui è in compagnia della figlia maggiore, grande ammiratrice di Jane. E anche la ragazzina si chiama così, Jane. L'ultima inquadratura si chiude sulle mani della Austen: libere da anelli. Non si è mai sposata.

In conclusione... Jane ha agito bene o ha sbagliato? L'amore sarebbe bastato a combattere pregiudizi e povertà come auspicava Tom? O si sarebbe spento nei sensi di colpa e nelle recriminazioni come temeva Jane?

Chissà... Va detto che Thomas Lefroy non è un personaggio fittizio. Non è provato che lui e la Austen volessero sposarsi ma si sono conosciuti e pare che davvero lui abbia chiamato sua figlia Jane. Ha anche fatto davvero carriera, divenendo il presidente della Corte d'Irlanda.

Nel film è interpretato da James McAvoy, l'attore scozzese che tanto mi aveva colpita in "Espiazione". E confermo la mia buona opinione: non è il mio tipo, ma è l'eccezione che conferma la regola. A parte l'indubbio talento, è dotato di una profonda intensità, che lo rende un perfetto romantic lead. Non mancherò di tenerlo d'occhio.

A cosa mi ha fatto pensare "Becoming Jane"?

Jane Austen viene definita, per la sua epoca, una donna forte e moderna: per cui mi chiedo... perché quasi sempre, nei film e nei libri, le donne forti e moderne sono costrette a scegliere una vita solitaria?

Seconda storia.

Di un'altra Jane. In un altro film, "Tempo d'estate", un vecchio film di quelli che vengono trasmessi di pomeriggio. Ci sono finita sopra per caso, dopo che non lo vedevo da molto tempo. E' un film che ho sempre amato molto. Perché mi ci rivedo. La storia di Jane Hudson potrebbe essere la mia, sebbene credo che la mia sarebbe meno romantica e parecchio più banale.

Jane è un'americana non più giovanissima che finalmente corona il sogno di una vacanza in Italia. Soprattutto a Venezia. Ci arriva piena di entusiasmo, con il sogno segreto di ogni "vecchia vergine": la speranza che cambiando luogo e realtà, si possa anche cambiare pelle e trovare ciò che si è cercato per una vita. E la Venezia mostrata dalla regia di David Lean è veramente affascinante, nulla di stereotipato. Lui - nei film c'è un lui anche per le vecchie vergini - entra in scena in un bar all'aperto di Piazza San Marco, seduto poco dietro di lei. La nota per caso e adoro come la osserva, dalla nuca alle caviglie, come se avesse visto da subito in lei qualcosa di unico.

E lei... mi fa una tenerezza... agisce come agirei io, porca miseria. Quando si accorge di questo bell'uomo - troppo bello per una come lei, che diamine - cade nel panico e se la dà a gambe.

Ma il destino cospira. Durante le sue peregrinazioni da turista, Jane entra in un negozio di antiquariato e il proprietario, Renato De Rossi, è... lui, l'uomo del bar. Di nuovo in lei ha il sopravvento il panico e se la batte, ma fortunatamente Renato è un tipo perspicace. Capisce di dover insistere, con pazienza. La spunta.

E la prima sera in cui escono insieme, una vecchina che vende fiori si avvicina al loro tavolo e Jane sceglie una gardenia: racconta a Renato che la sera del suo primo ballo (che pare essere stato l'unico grande avvenimento della sua vita) avrebbe tanto voluto indossare una gardenia, ma non se l'era potuta permettere.

"Ora hai la tua gardenia", le dice lui. "I sogni si avverano, prima o poi".

Forse... ma durano?

Mentre camminano lungo i canali, la gardenia sfugge di mano a Jane e per quanto Renato ci provi non riesce a recuperarla dall'acqua. Lentamente il fiore si allontana galleggiando. Se non è una metafora, questa...

A volte i sogni si avverano, sì. Ma è probabile che restino con noi solo il tempo di tenerli tra le mani una sera.

Il punto è... rinunciarvi perché non dureranno o viverli quel tanto che sarà possibile?

Il segreto, forse, sta nel saperli lasciare andare al momento giusto.

Dopo mille pudori morali (Renato è separato) ed insicurezze, Jane si abbandona. Altra scena altamente metaforica: sul terrazzo della casa di Renato, lui e Jane si baciano, lei regge una delle scarpe che si è tolta passeggiando. Poi viene inquadrato il cielo rischiarato dai fuochi artificiali. E subito dopo di nuovo il terrazzo. Vuoto. La scarpa a terra.

Non avevo mai pensato che la perdita della verginità e dell'innocenza potesse essere rappresentata da una scarpa, ma ha un senso.

Jane, scalza, priva di protezioni, esposta, vive il suo piccolo sogno. Poi un giorno, all'improvviso, dice a Renato che partirà di lì a due ore. "Da ragazza, alle feste, non mi sono mai divertita perché non capivo mai quando era ora di andarsene", dice.

"Ti amo", si oppone lui. "Ti amerò sempre".

"Sì", replica Jane. "Lo farai se partirò".

Anche lei, come Jane Austen, ha scelto bene o ha sbagliato?

Di nuovo, chissà... Però penso che non si sia sbagliata... Come viene detto in un altro grande film ("Pomodori verdi fritti alla fermata del treno"), una signora sa sempre quando è ora di andarsene.

Onore a Katharine Hepbun. Una Jane perfetta.

Terza storia.

Quella dell'episodio finale della seconda stagione di "Ugly Betty".

Come tutti sanno, Betty Suarez sono io. Però senza capo fascinoso e senza corteggiatori.

E che corteggiatori...

Di quelli ormai in via di estinzione, di cui si sono perse le tracce. E che io le invidio a MORTE.

In questo episodio Betty è depressa e dubbiosa dopo la sua rottura (vivvadio!!!) con l'insipido e antipaticissimo Henry. E Gio, simpatico tipo che le ronza attorno già da diverso tempo, le fa una corte serrata. Solo che in questo specifico episodio, da simpatico tipo, Gio si è guadagnato ai miei occhi il titolo di "Uomo-Vero-Con-Gli-Attributi".

Uno di quelli che se te lo lasci scappare, sorella, puoi anche andarti a buttare in un canale.

Ora come ora Betty è sulla sponda. Spero che nella prossima stagione recuperi buon senso, altrimenti la spingo giù io.

Dovete sapere che per tutta la puntata Betty ha davanti questo ragazzo che la guarda con il sentimento che trabocca dagli occhi (molto bravo, l'attore, Freddy Rodriguez, a rendere la forza della sua attrazione) e lei sta lì a chiedersi se sia il caso di farne il suo "rebound guy" oppure no.

Cos'è un "rebound guy"?

Il classico ripiego. L'uomo con cui esci subito dopo averne lasciato uno importante.

Quello che in genere non conta.

Alla fine si decide e propone a Gio di uscire insieme. Lui rifiuta.

"I don't wanna be the rebound guy", le risponde. "I wanna be THE guy".

E se ne va.

Adesso... ditemi voi... non è un uomo con le palle questo?

In un mondo dove essere "rebound" è persino un'aspirazione (così tutto è meno impegnativo), io potrei regalare anima e cuore in venti secondi a uno come Gio.

Betty, tu che ce l'hai, per carità... PRENDITELO!!!!!!

Cos'ho stabilito con questo papiro?

Che alla vigilia dei trentasei anni ho la penna per compagnia, come Jane Austen. Aspetto ancora di poter cogliere una gardenia, anche se poi mi cadrà di mano. E coltivo nonostante tutto la pia illusione che esista da qualche parte un Gio tutto per me.

Anno in più, solita vita.

 

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venerdì, 16 maggio 2008

Buon compleanno, David

E' un sacco di tempo che non scrivo sul blog, lo so... E vi giuro che di cose da dire e raccontare, su cui riflettere, ne ho avute tante, in questi mesi, ma... un giorno dopo l'altro, il tempo è passato e ogni volta avevo spento il pc senza passare dal blog...

Oggi però è doveroso che scriva almeno due righe. Perché è il compleanno della mia personale musa ispiratrice, David Boreanaz, altrimenti noto come "The Man" o "Big D".

Ho già spiegato altre volte, credo, il perché lo considero la mia musa. Da che è entrato nella mia vita, nella (triste per altri motivi) estate del 2000, non ne è mai uscito e vi ha portato ininterrottamente fantasia, stimolo creativo, sogni, risate, emozioni, nuove esperienze e soprattutto varie persone che ora sono diventate importanti e fondamentali per me.

Senza di lui non avrei mai conosciuto Roberta, Michela, due delle mie migliori amiche, e tutte le mie varie, deliziose lettrici o tutti i fans con cui ho fatto o sto facendo amicizia tuttora. Dal mondo del virtuale lui mi ha dato accesso al mondo dei legami affettivi reali.

Un segno tangibile che la fantasia, se usata bene, è un mezzo potente per restare con i piedi per terra e vivere.

Per cui, anche se non lo conosco di persona, non mi vergogno di affermare che voglio molto bene a David. Forse non all'uomo che veramente è, ma sicuramente all'attore, ai suoi personaggi.

Che non finiscono mai di stupirmi, avvincermi, offrirmi spunti per nuove storie, nuove riletture, nuovi arrangiamenti delle vicende umane.

Ricordo ancora la prima volta che l'ho visto, nel pilot di "Buffy The Vampire Slayer", in una seconda serata domenicale di giugno. Non sapevo ancora che di lì a poco tempo la mia vita sarebbe tristemente cambiata e che i due episodi settimanali di "Buffy" avrebbero rappresentato una sorta di oasi nel caos. Era un ragazzo alto e magro, con una camicia bianca e una giacca di velluto, il sorriso sghembo e una bellezza poco americana. E sono rimasta immediatamente folgorata dal suo personaggio.

Un vampiro che si chiamava Angel. Un paradosso.

Io adoro i paradossi.

Un vampiro irlandese. Proprio dell'Irlanda dell'Ovest che avevo sempre sognato come meta di un viaggio. Con un claddagh, l'anello tradizionale irlandese di cui conservavo una foto nella speranza di poterne avere uno un giorno.

Un vampiro maledetto, punito un'anima. Che un tempo era stato Angelus, il vampiro più malvagio di tutti o quasi.

Heathcliff che incontrava Rochester, con un tocco di Mr Darcy.

L'avevano praticamente creato per me!

E per David. Che lo ha incarnato per otto anni meravigliosi, crescendo con lui, maturando e diventando sempre più bravo, sempre più intenso.

Quando "Angel" ha chiuso, ero determinata a seguire la carriera di David qualsiasi direzione avesse preso. Ormai era uno di famiglia, per me. Ma confesso che non mi aspettavo che avrebbe trovato un altro personaggio all'altezza di Angel.

Mi sbagliavo.

Angel resta Angel, ovviamente. Ed è tuttora nel mio cuore.

Ma lo occupa insieme all'agente speciale Seeley Booth.

Che puntata dopo puntata, stagione dopo stagione, mi sta confermando sempre più di essere davvero speciale. E non solo come agente dell'FBI.

Specie dopo l'episodio andato in onda in America la settimana scorsa.

Sapevo cosa doveva succedere da cinque mesi ormai, da prima dello sciopero degli sceneggiatori che aveva bloccato tutte le produzioni d'oltreoceano. Per tutti questi mesi di attesa ne avevo discusso e speculato sui forum... però, ugualmente ho scoperto di non essere preparata.

E sono stata abbattuta come un albero.

Credo che se una serie riesce a gelarti il sangue anche quando sai già quello che accadrà, significa che è davvero una buona serie. Hart Hanson e i suoi sceneggiatori sanno come raccontare, David e gli altri attori sanno come arrivarti al cuore.

Sicuramente Seeley Booth è arrivato al mio.

Non è Heathcliff che incontra Rochester, con un tocco di Mr Darcy. Lo scettro di personaggio oscuro/gotico/romantico è ancora tutto di Angel.

Lui è semplicemente Seeley Booth.

Un uomo. E basta.

Non è poco.

Grazie David, anche per lui.

E per tutti i personaggi che spero verranno in futuro. Ora ho fiducia che potranno essere altrettanto straordinari.

Cento di questi giorni, Big D!

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categorie: televisione, david, fandom
giovedì, 21 febbraio 2008

Parlami d'amore

Sì, mi riferisco proprio al film di Silvio Muccino, uscito qualche giorno fa...

Su Youtube, dando un'occhiata ai filmati relativi, ho letto commenti a dir poco cattivi, in merito. Muccino è un raccomandato, non vale niente, il film è pretenzioso e insulso, potrà piacere solo alle sedicenni arrapate e a qualche critico pagato, ecc. ecc. Su Blob ho visto lo spezzone dell'invettiva di uno strano tizio (sembrava un ex metallaro giù di forma), che si lamentava che ora, oltre ai Moccia ci sono anche i Muccino, che parlano d'amore e lucchetti sui ponti e altre cavolate simili e che il nostro governo non sa scegliere i film da finanziare. E via così.

Perché scrivo tutto questo?

Perché io non sono una sedicenne arrapata. Nè un critico cinematografico prezzolato. E detesto le storie di Moccia.

Eppure ho visto "Parlami d'amore" e mi è piaciuto molto.

Come sarà successo?

Il mio sospetto è che questa pellicola risenta di qualche (qualche, eh, appena appena un po') pregiudizio...

E, ne convengo, ci sarei potuta cadere anche io. La pubblicità legata al film è infatti quanto mai sbagliata. Non so chi abbia deciso la campagna pubblicitaria, se Muccino o la distribuzione, ma i trailers, il video musicale del brano cantato da Skin, i manifesti... tutto racconta una storia diversa da quella vera. Mostrano prevalentemente solo Silvio Muccino e Carolina Crescentini, ammiccamenti, sorrisi, corse appassionate, ecc. In pratica il film sembra proprio del genere alla Moccia, una classica storiella adolescenziale, dove il climax della vicenda è rappresentato da lui che finalmente conquista lei.

Dico la verità, se avessi visto solo trailer e video, avrei evitato di pagare il prezzo del biglietto. Tanto più che io - mea culpa - non sono una patita di cinema italiano. Non ho mai veduto i film del fratello maggiore di Muccino, nè avevo mai veduto recitare lui. E quando l'anno scorso mi capitò sotto mano il libro a cui è ispirato il film (scritto da Muccino con Carla Vangelista) non lo comprai proprio perché confusi i cognomi e pensai che fosse un libro di Moccia. Ehm...

Allora perché domenica scorsa sono andata al cinema a vederlo?

Grazie a un articolo del mensile CIAK, che compro quasi abitualmente. L'ho letto per curiosità e... ops... ho scoperto che la storia non era affatto come avevo creduto che fosse. E la Crescentini era solo uno specchietto per le allodole. L'amore raccontato nel film (e nel libro) è in verità quello tra Silvio Muccino e Aitana Sanchez-Gijon, ovvero tra un venticinquenne e una quarantenne. Non me lo aspettavo.

Qualcuno qui dirà "e quindi? anche Moccia ha fatto un film con un lui trentasettenne e una lei diciassettenne... è la stessa cosa".

Consentitemi... No. Non è la stessa cosa. Non dal mio punto di vista di donna che veleggia proprio verso i quaranta. Come dicevamo in questi giorni con un'amica, Moccia ha finora raccontato di ragazzine. Il suo messaggio sembra essere "sii giovanissima e fresca e con la taglia 42". Quelle ormai oltre... beh, poverette, hanno dato, si facciano da parte.

Per contro nel film di Muccino c'è una donna-donna. E, sorpresa (dico a te, Moccia) è ancora viva e attraente. E respira pure. Di più, se mi perdonate il francesismo, tromba con gusto.

Ehi, siamo attempate ma pur sempre funzionanti.

Già solo per questo devo ringraziare Muccino. E' un ragazzo, ventisei anni nemmeno compiuti, però ha avuto voglia di raccontare di una donna. Mi inchino.

Per farla breve, le antenne della mia curiosità si sono drizzate e, in attesa che il film uscisse, ho comprato la versione economica del libro, per indagare sulla possibilità che la storia potesse piacermi.

Com'è il libro?

E' scritto da entrambi i punti di vista dei due protagonisti, quindi do per assunto che Muccino abbia scritto le pagine relative a lui e la Vangelista quelle relative a lei.

I difetti?

La scrittura di Muccino è a volte un po' enfatica e ridondante, pecca abbastanza tipica dell'età giovanile. Mina Harker dovrebbe citarlo per lesa dignità, avendo lui usato la sua celebre battuta (dal film di Coppola) "Portami via da tutta questa morte" in modo assai improprio. E, nonostante si parli di pratiche sessuali promiscue e disinibite, la parola "preservativo" è totalmente assente. Silvio, su, dai... E' diseducativo!!

Per il resto accadono un sacco di cose e ci sono alcune lungaggini (tipo quelle legate al personaggio della studentessa di lei) e mi chiedo perché lui debba chiamarsi Sasha (i nomi tipo Luca o Antonio sono caduti in disuso?) e lei essere francese e chiamarsi Nicole (faceva più fico di una qualsiasi quarantenne italiana di nome Maria?).

Però ci sono anche dei pregi.

Le due scritture si amalgamano bene. E c'è una buona atmosfera romantico-erotica. Praticamente tutti i libri italiani che ho letto negli ultimi mesi mancavano completamente di erotismo. Qui i personaggi sono tridimensionali e carnali e ci sono molte scene bellissime di pelle che si sfiora, di desideri che si mescolano (quella all'Opera, in particolare, o il lento sul brano di Chet Baker, senza dimenticare la scena in bagno, con Nicole che trucca gli occhi di Sasha, tutte ben rese anche nel film). Intrigante, sensuale.

Ciò che preferisco.

Libro aggiudicato, quindi.

Toccava al film. Che appunto ho visto domenica scorsa.

Ed è meglio del libro. Le parti ridondanti sono state asciugate e tecnicamente Muccino, alla prima regia, a mio parere ha fatto un ottimo lavoro. Ho apprezzato in particolare l'inizio, in medias res, con questi due sconosciuti che vanno l'uno verso l'altra senza saperlo, sino a collidere letteralmente. E il fatto che a mantenerli in contatto sia un cane mi è parso originale.

Oliva. Piaciuta tanto nel libro e anche nel film.

Cosa dire della storia?

Lui, Sasha, è un bel personaggio. Per i fans del Whedonverse, mi ha ricordato un po' Spike. Come lui si porta il cuore in faccia e, figlio di due tossicodipendenti, crede, in fondo, di non essere all'altezza del mondo "sano". Sempre come Spike è romantico e appassionato, fedele alle proprie idealizzazioni. Si è innamorato di Benedetta - la figlia di uno dei benefattori della comunità in cui è cresciuto - da bambino e la ama tuttora, come si ama un sogno proibito, un'illusione dorata. Lei, Benedetta (la Crescentini) è ovviamente un perfetto esempio di Slutty, sballata, egoista, chiusa nei propri drammi e cieca a quelli altrui. Anche quando finalmente inizia una relazione con Sasha, si tratta di un rapporto in cui lei prende e basta, in modo anaffettivo, la vitalità di lui, la sua purezza innata (anche questa molto spikiana), la sua passione fisica. A tratti mi è parso di assistere ai momenti peggiori della sesta stagione di BtVS... E ora che ci penso... Sasha e Benedetta. S e B. Spike e Buffy... Oddio, ma non è che Muccino guardava BtVS???

Comunque sia, meno male che mi sono presa anche una bella soddisfazione, perché, grazie a Dio, Sasha non si lascia pestare come Spike e a un certo punto rialza la testa.

Forse perché lui aveva qualcosa che mancava al povero Spike. Cioè Nicole...

Nicole è un'ex analista, ora insegnante di francese, sposata con un marito che chiaramente non ama e prigioniera anche lei, come Sasha, del passato. Il passato in cui ha amato profondamente un uomo con disturbi mentali, suicidatosi dopo aver sospeso i farmaci. Lei è in fuga dal mondo e dai sentimenti da allora. Meglio un matrimonio senza amore dove non rischia nulla, che aprirsi di nuovo all'esterno. Al rischio di legarsi.

Diventa amica di Sasha. All'inizio per aiutarlo a conquistare Benedetta, con l'ingenua tenerezza di una sorella maggiore per un cucciolo stropicciato, però lo spettatore (così come il lettore nel libro) non tarda a cogliere ben altra scintilla, tra loro. Qualcosa di sottile e sotto pelle, molto ben costruito. Titillante.

I critici hanno promosso Muccino come attore e regista. Un po' meno per la sceneggiatura, dicono che è banale e troppo affollata di avvenimenti, ma personalmente io trovo che, rispetto al libro, sia, come già dicevo, più essenziale. Mi è sembrato che ogni cosa che accade a Sasha e Nicole (la discesa nel gioco d'azzardo per lui e il ritorno in Francia per lei) facciano parte del loro percorso di avvicinamento. Entrambi devono confrontarsi con le paure che li tengono vincolati al passato (per Sasha il timore di essere marcio dentro come i suoi genitori, per Nicole il senso di colpa per la morte del suo grande amore). E si perdono e ritrovano evocandole, combattendole, superandole.

Sasha si svincola dolorosamente dagli spettri della comunità di Borgo Fiorito e dell'amore senza evoluzione per Benedetta; Nicole dice finalmente addio all'amante morto e al marito mai amato. Una volta liberi possono riconoscere il sentimento che li unisce e provare a viverlo. A rischiare.

Questo è banale?

Non lo so. Considerata la dilagante estetica del nulla che pervade i rapporti attuali, forse sì. Forse siamo diventati tutti così pigri e allergici alla passione e ai rischi da ritenere banale una buona storia d'amore.

O forse sono io una persona banale e mi piacciono cose banali.

Ma non cose "mocciose", però. Lo ribadisco. Qui non ci sono ribelli motociclisti e colleggiali velinesche. Nè lucchetti sui ponti. O scene d'amore in improbabili castelli. Intelligente anzi la scelta registica di Muccino per la scena di sesso (e amore) finale. Non classica. Migliore di quella del libro, dove lui e la Vangelista avevano barato con una serie deludente di parole senza punteggiatura.

E... dimenticavo... sarò io l'unica pervertita che le ha viste, ma giurerei che ci siano anche sfumature slash. Mi riferisco al personaggio di Tancredi, un amico di Benedetta dal pallore vagamente vampiresco. La prima volta che si incontrano, Sasha ha in mano un grosso e lungo martello (già...) e Tancredi gli va vicinissimo e gli chiede "se non me ne vado cosa mi fai con questo martello? Spero qualcosa di sessualmente degradante...". Mmmm... Anche più avanti, Tancredi si dice colpito da come Sasha "tocca" le carte da gioco. "Benedetta era tutta bagnata mentre ti guardava giocare", gli dice. Ma ho il sospetto che pure lui, oltre a Benedetta...

Carina, questa cosa. Forse Muccino ha visto veramente i telefilm di Whedon.

Che altro?

Non fraintendetemi, il film è lungi dall'essere perfetto. Muccino è stato bravo ma non è Kubrik, però io non cercavo la perfezione. Cercavo una bella storia. E sono stata accontentata. Nessuna stucchevolezza, molto erotismo suggerito, bella la Roma un po' bohemienne sullo sfondo. E la corsa per riprendersi Oliva, un momento che mi ha commossa anche nel libro.

Aggiungo che: resta un po' troppa enfasi in certi punti, un po' di ingenuità giovanile; trovo l'ultima scena abbastanza inutile (sia letterariamente che cinematograficamente); si poteva evitare di far confessare da Benedetta di essere stata molestata da bambina (troppo scontato e tanto non m'ha fatto pena); Muccino dovrebbe avere il coraggio, per il futuro, di togliersi le mutande. Ogni volta che si risveglia in un letto dopo una notte di passione sfrenata... si intravedono sempre gli slip perfettamente indossati. Silvio, di nuovo, su, dai... Sii coerente.

Ultima nota: alla faccia di quelli che pensano che il film interessi solo alle adolescenti con gli ormoni a go go, posso testimoniare che la sala del cinema (piena) pullulava di signore d'età.

Eccovi il dialogo tra le tre sessantenni di fianco a me:

- Ma ci sarà una scena di sesso?

- Sì, penso con la quarantenne.

- Lei però ha detto d'essere felice col marito.

- Ha detto così...

- Sì, ma il ragazzo c'ha bisogno d'affetto e così...

E così, ok, Muccino, mi hai convinta. Ti terrò d'occhio, d'ora in poi. Hai del potenziale.

postato da: Tendresse72 alle ore 13:25 | link | commenti (11) | commenti (11)
categorie: cinema
lunedì, 21 gennaio 2008

Soprattutto per le lettrici del mio sito...

... in quanto saranno le sole a poter comprendere certi parallelismi.

Sabato mattina, al supermercato, c'erano in offerta vari volumi a prezzo ridotto. Tutti sul genere "Bridget Jones", quelli sempre adatti per una lettura disimpegnata, così ho spulciato i titoli e ne ho scelti alcuni. Tra cui un libro che avevo già notato l'anno passato nelle novità: ora è in versione economica, ma la copertina è la stessa e l'ho riconosciuta. "Cuore e cioccolato" (in originale "Feet first") di Leanne Banks. Già un anno fa mi aveva attratta, ma chissà perché non l'avevo comprato. Beh, l'ho comprato questa volta...

... e l'ho divorato in un pomeriggio. Un pomeriggio delizioso, se mi consentite. Proprio come il cioccolato. Ho riso più volte, da sola. Sono stata coinvolta, intrigata. Mai un tempo morto, mai un momento di noia. E' stato come leggere una fan fiction, di quelle au. Per intenderci, se vi è piaciuta "Il bacio", non potete perdervi questo libro.

Perché?

Perché il protagonista maschile si chiama Marc, ma... potrebbe tranquillamente chiamarsi Liam. E' alto, bruno, sexy, di origini scozzesi (la Scozia non è poi così lontana dall'Irlanda, no?), pare che indossi i completi in maniera "criminale" e porta pure i maglioni neri. Di più ancora (e cito direttamente dal libro la descrizione che fa di lui la protagonista): "ha quest'aura di potere attorno, e ha un corpo magnifico. Le labbra sono piene, ma nello stesso tempo un po' dure. E' intenso in un suo modo passionale. Ti spinge a chiederti come sarebbe se si lasciasse andare...".

Già. E quando si lascia andare ha persino "il Diavolo negli occhi".

Diciamolo. E' Liam.

Due parole sulla storia. Che poi è la classica storia rosa, non aspettatevi chissà che. In questo genere di cose, io comunque non cerco mai grandi voli pindarici. Il bello del rosa sta nei cliché. Basta saperli rendere unici di volta in volta. E qui l'operazione è pienamente riuscita, per quanto mi riguarda.

Lei si chiama Jenny. Ventisei anni. E' una Fred quasi perfetta. Forse solo un po' più in carne. E' l'assistente di un disegnatore di scarpe alla Bellagio, una ditta prestigiosissima che crea calzature originali di gran marca. Vive - vi suona famigliare? - con un gatto, Romeo, e ha il suo bravo gruppetto di amici: Chad, l'immancabile gay, fascinoso e simpatico (Lorne?); Anna, la vicina di casa, dolce e sfortunata ragazza- madre (Tara?); Liz, pragmatica e spumeggiante, che ha sposato un uomo molto più vecchio ma ricco (Anya?). Ha una passione per i cioccolatini alla menta, che si porta sempre dietro, e quando è giù di morale si guarda a ripetizione il film "Oklahoma". Per finire, ha avuto un paio di uomini, ma nulla di che ed è tuttora piuttosto inesperta su tutti i fronti.

Capita che un giorno il suo capo finisca in una clinica di disintossicazione e, poiché la Bellagio deve confezionare le scarpe per il matrimonio di Brooke Tarantino (la Paris Hilton della situazione), Jenny si trova a doverlo precipitosamente sostituire nel progetto, affiancando nientemeno che il vicepresidente della Bellagio in persona. Il Marc (Liam!! Liam!!) che vi descrivevo poco fa. Un giovane vicepresidente, avanzato velocemente in carriera per sostituire il padre morto anni prima. Lei finora gli ha parlato solo al telefono o lo ha visto da lontano e ci fantastica sopra come si fantasticherebbe su un attore. All'ultimo compleanno, dopo aver bevuto un Martini di troppo, si è detta che se si fosse presentata l'occasione di portarselo a letto, l'avrebbe colta...

Che sia questa l'occasione? Ma lei è pronta per passare all'azione? E uno come lui la noterà mai?

Ma chi è lui? Com'è?

Non ci viene detta esplicitamente l'età di Marc, però ha sicuramente superato i trent'anni, è probabile che sia sui trentacinque/trentasei. E' un tipo molto controllato, noto per avere sempre un piano di azione per tutto, un programmatore nato che non vuole mai essere colto in contropiede da imprevisti. In questo è un perfetto Mister Darcy dei nostri giorni. Ed è giunto ad una decisione importante. Ritiene che sia ora di sposarsi, di avere figli. Solo che, per contro, non vuole complicazioni o sconvolgimenti nella vita che si è costruito con impegno. Per cui gli serve una moglie low maintenance, disponibile e senza pretese, che lo accontenti ma non lo ostacoli.

E purtroppo questo lo rende un esemplare maschile terribilmente realistico. Credetemi. Ne ho conosciuti vari così.

Uomini che vorrebbero una famiglia ma senza modificare nulla della propria esistenza. In sostanza, disposti solo a prendere, ma non a dare. Perché hanno altro a cui pensare. Cioè se stessi. Come viene sottolineato anche nel libro, questi uomini sono anche parecchio esigenti, in quanto pretendono una donna che costruisca e regoli il proprio mondo sul loro. Quindi come compagni sono delle gran rotture di scatole.

Per cui... a parte che è - scusate la franchezza - un figo della madonna, perchè dovremmo perdere tempo con questo Marc?

In effetti proprio perché è un figo della madonna. Scusate tanto. Quelli che ho conosciuto io purtroppo non avevano questa particolare attrattiva. Ed erano rotture di scatole e basta.

Invece Marc... Il suo problema si può dire che sia proprio quello di non avere mai avuto problemi con le donne. Come gli dice il nonno a cui è molto affezionato, lui è troppo abituato a sentirsi dire sì. Non ha mai dovuto conquistare una donna e sbattere contro un no. Quindi soddisfarsi a livello fisico è facile. E' il versante emotivo ad avere varie falle... E Marc è deciso ad aggirarlo totalmente. Chiede a un cugino di procurargli appuntamenti con donne "adatte allo scopo" e prende talmente sul serio il piano da decidere di non farsi distrarre da avventure sessuali sino a che non avrà trovato una moglie.

Mentre invece un'avventura sessuale è esattamente quello a cui aspira Jenny. E' una ragazza intuitiva. Inquadra alla svelta Marc e ciò che desiderebbe da lui sarebbe solo una notte. O forse due. Un'avventura di quelle travolgenti, che ogni donna - Jenny ne è convinta - dovrebbe avere almeno una volta nella vita, per poterla ricordare ottantenne con un vago sorriso.

L'amico gay le consiglia di tirare fuori "la diva" che ha dentro e le risistema il look. E funziona. A dire il vero, Marc l'aveva già in qualche modo "notata", ma così, si accorge inevitabilmente del fatto che sia anche una femmina. E considerando che, a causa del suo progetto matrimoniale, è in astinenza da quattro mesi, la cosa gli fa un certo effetto.

Dovete sapere che Marc è un personaggio divertente, oltre che sexy. Ha l'erezione facile. E in un tipo così controllato, questo dettaglio fa quasi tenerezza, specie perché gli succede nei momenti meno indicati.

Ovviamente le cose precipitano.

E se pensate di cercare il libro per leggerlo e non vi piacciono gli spoilers non continuate a leggere quello che scriverò.

Accade ad una festa nella villa del fidanzato di Brooke Tarantino. Per l'esattezza nella dispensa del maggiordomo, dove (come commenterà Anna, la vicina di Jenny, che vedrà quella stanza) "non esiste nemmeno una superficie piana".

Rispetto ai soliti libri del genere (mi riferisco ai tipici prodotti Harlequin, che è la casa editrice anche di questo), dove già la prima volta i due amanti raggiungono "vette illimitate di piacere" (e anche l'orgasmo simultaneo - che ho sempre trovato altamente improbabile) e le descrizioni sono spesso stereotipate e patinate, devo fare i miei complimenti all'autrice perché la sua scena - e anche tutte quelle successive - è invece erotica, audace, esplicita, realistica e non scontata. Una bella, goduta, ardente sveltina contro una porta.

Piace da impazzire ad entrambi, ma li lascia anche insoddisfatti (lei letteralmente), perché è una cosa di fretta, in piedi, vestiti...

Come fans del telefilm "Bones", leggo continuamente di dibattiti tra i fans che vogliono il sesso tra la coppia Booth/Brennan e fans che non lo vogliono. Quelli che sono per il no, sono contrari perché sostengono che il punto di forza della coppia si basa sulla tensione sessuale irrisolta e credono che il sesso la eliminerebbe. Beh, questo libro testimonia esattamente il contrario.

Anziché mitigare la tensione, l'incidente di percorso nella dispensa la accresce. A dismisura. Specie perché, per motivi professionali (sono capo e dipendente) e perché ha ancora in ballo il progetto di sposarsi, Marc frena con fermezza qualsiasi proseguimento. O almeno ci prova.

Vanamente. Non riesce a non pensare a Jenny, a come sarebbe prendersi "il tempo giusto con lei". E Jenny, sebbene continui a ripetersi di essere interessata solo a un'avventura, si rende conto che una volta sola con lui, soprattutto così di corsa, non le è affatto bastata.

E allora?

Allora, la storia procede tra corsi e ricorsi, ostinazioni, cedimenti, tentativi improbabili di vivere una relazione non coinvolgente, il tutto condito da tante, belle scene "da fanfiction", con gelati, gite al mare, gelosie e ripicche, viaggi di lavoro, imprevisti famigliari, rivelazioni, cunnilingus da "wow" e tenerezze inaspettate. Sino a che i parametri iniziali si ribaltano e, se Jenny ammette che Marc non è affatto una rottura di scatole e lo vuole al 100%, Marc scopre di desiderare che Jenny gli scombini la vita, che rivoluzioni i suoi progetti così ben combinati. E non soltanto sessualmente.

L'unico difetto che posso imputare al libro è il finale un po' affrettato e un tantino più "Harlequin" del resto, ma lo si può definire un peccato veniale.

Come lo è leggere questo libro. Un piccolo peccato veniale da concedersi in un pomeriggio di riposo, per divertirsi e sognare un po'. Lo stesso motivo per cui si leggono e scrivono fan fiction.

postato da: Tendresse72 alle ore 17:03 | link | commenti | commenti
categorie: libri, fandom
lunedì, 31 dicembre 2007

La cosa meravigliosa

Per me il periodo delle festività natalizie è sempre stato il periodo dei vecchi film. In genere le reti televisive passano un sacco di repliche, musicals, classici, cartoni, filmetti per la tv... C'è di tutto un po'.

E per la sottoscritta non esiste niente di meglio che rannicchiarsi sotto una coperta sul divano e farsene una scorpacciata insieme a una cioccolata calda, nel salotto illuminato dalle luci colorate dell'albero.

Fa vecchia novantenne?

Può darsi, ma lo faccio da che andavo alle elementari, per cui mi sa che non è una questione d'età...

Fa donna cannone per via delle calorie accumulate in stato di immobilità?

Può darsi anche questo, anzi è sicuro, sono decisamente ingrassata in questi giorni. Ma chi se ne frega, fa un freddo cane, devo immagazzinare energia, dimagrirò con la primavera.

E comunque quest'anno, avendo l'influenza, sono giustificata. Non ho altro da fare che starmene qui, al calduccio. Ogni tanto scrivo al pc, come ora, ma poco. Rispetto a quello televisivo, lo schermo del pc ha una luminosità difficile da sopportare per i miei occhi febbricitanti...

Per sintetizzare, dove voglio andare a parare?

Beh, sul fatto che sto facendo incetta di film vecchi e nuovi. Che come sempre mi fanno riflettere, pensare alla vita vera.

Ebbene, ieri, tra un colpo di tosse e un altro, ho rivisto, dopo credo almeno venticinque anni, "L'amore è una cosa meravigliosa".

Non me lo ricordavo praticamente più e l'ho riscoperto.

Il cinema odierno riesce ancora a realizzare buone commedie, ma non ha più la mano per il vero autentico melò. Salvo rare eccezioni, tipo, in quest'ultima stagione, "Espiazione". Eccezioni, appunto. Il melò era di quegli anni, insuperabile.

1955, in questo caso. E credetemi, si tratta di più di cinquant'anni portati benissimo. Sin troppo moderni.

I protagonisti erano Jennifer Jones (intensa bellezza bruna e pallida, nella mia memoria soprattutto per il ruolo tragico di "Addio alle armi") e William Holden, uno dei belli e dannati di Hollywood (dannato perché fu per parecchio tempo, sino alla morte, preda dell'alcool e di attacchi di depressione). Il regista era Henry King (tra i suoi film, per citarne uno, "Tenera è la notte"). La vicenda- e questo proprio l'avevo scordato - è vera, tratta dall'autobiografia della protagonista, il cui nome è stato conservato nella pellicola: la dottoressa euroasiatica Suyin Han, che nel libro raccontò la sua storia d'amore con il giornalista inglese Ian Morrison. Lui nel film divenne un giornalista americano, Mark Eliott, ma, ripeto, il tutto è veramente accaduto.

Siamo ad Hong Kong, nel 1949: Suyin Han, dicevo, è una dottoressa euroasiatica, inglese per parte di madre e cinese per parte di padre. Ha abbandonato la Cina dopo l'uccisione del marito, un generale nazionalista, ed ora è interna in un ospedale della città. E' brava, dedita al proprio lavoro. Nonostante abbia scelto la scienza, ha una mente molto orientale, vede presagi e segni di buona o cattiva sorte in una farfalla o in una nube che copre la luna. "Se non si crede all'incredibile", sostiene, "cosa ne è della fede?". E non vuole complicazioni. Dichiara il proprio cuore morto e in pace.

Poi, ad una festa a cui l'ha trascinata un collega, ecco lui, Mark Eliott. E' un corrispondente di guerra. La nota subito e ne è folgorato. Impiega meno di dieci minuti ad abbordarla e ad invitarla a cena. "Sono simpaticissimo", le assicura. Lei non lo prende molto sul serio. Il suo collega, che lo conosce, la avverte che è sposato. Suyin si convince che sia il classico straniero spaesato alla ricerca di un interludio per non sentirsi solo.

Ma Mark è tenace, vince a poco a poco le sue reticenze. "Vi siete chiusa in una torre d'avorio", le dice, "ma l'unico difetto che hanno le torri è di attirare i fulmini".

Oltre che tenace, è interessante, spontaneo, appassionato. Deciso. Sposato sì, ma... Non sta più con la moglie da sei anni. Da quel poco che racconta si capisce che lei deve averlo tradito, mentre lui era lontano a causa del suo lavoro ("io l'avevo perdonata, certi errori sono dovuti alla solitudine"), ma che poi non ha più voluto saperne di recuperare il loro rapporto.

Impaurita, destabilizzata dalla passione che sente crescere, Suyin è costretta a capitolare. A Mark, che le dice che è lei tra i due la più forte, risponde: "No, sei tu. Tu sei dolce e non c'è niente al mondo più forte della dolcezza".

Sarà vero?

Sicuramente Mark è dolce. E seduttivo, coinvolgente. Tra loro l'amore prende vita, inarrestabile. In un'epoca in cui le scene esplicite non erano contemplate, occhio alla scena sulla spiaggia, tra gli scogli. Mark e Suyin hanno trascorso insieme una giornata tra mare e amici. Sono entrambi in costume da bagno, lei chiede una sigaretta a Mark e lui gliela offre. Suyn la mette fra le labbra e lascia che lui gliela accenda con la propria.

Non si vede nient'altro, ma lo sfiorarsi di quelle due sigarette, la brace ardente dell'una che accende l'altra, ha una potenza metaforica pari al treno che entra nella galleria in "Intrigo Internazionale" di Hitchcock.

Proprio come la sigaretta, la storia di amore si accende e brucia. Mark e Suyin sono inseparabili ed in occasione di un viaggio di lei in Cina, dalla famiglia, lui la raggiunge e le chiede di sposarlo. Peccato che la moglie gli neghi il divorzio. E' una di quelle donne che non vuole più il marito, ma ama lo status di donna sposata. Questo rende tutto più difficile, ben presto la relazione di Suyn e Mark diviene bersaglio delle convenzioni sociali. Perché Mark è sposato e perché Suyin è considerata cinese. Lei perde addirittura il lavoro (sebbene il proprietario dell'ospedale che la licenza intrattenga egli stesso una storia extraconiugale con un'euroasiatica).

Eppure i due amanti sono, a modo loro, felici. "Non c'è niente di giusto o ingiusto sotto il cielo", dice Mark. "A noi la cosa meravigliosa (nb: l'amore, secondo una poesia) non è mancata".

E un indovino cinese che Suyin ha insistito per consultare, assicura che lei vivrà in una grande casa, con molti bambini, e che sì, loro due avranno un lungo futuro insieme.

Beh... Si sa che maghi e fattucchieri sono spesso sinonimo di ciarlatani, vero?

Serve che specifichi che l'indovino si sbaglia?

Forse ci azzecca per quel che riguarda la grande casa e i bambini (anche se non significano quel che Suyin credeva), ma sul lungo futuro insieme... ehm...

Aggiungo solo che ad un certo punto Mark viene inviato dal suo giornale a documentare il conflitto coreano e...

E, sotto l'albero in cima al poggio dove si incontravano sempre, Suyin finisce per tornare da sola.

Una storia triste, tanto più se si pensa che è accaduta veramente.

E bella, per lo stesso motivo. Perché è una testimonianza in più del fatto che la "cosa meravigliosa" esiste. Che la scintilla per qualcuno capita. E forse poco importa per quanto a lungo possa durare. L'importante è sperimentare questa benedetta cosa meravigliosa, in tutta la sua autenticità. E possibilmente non rovinarla troppo con la nostra imperfezione umana.

La vera tristezza, in effetti, è più che altro che pare che ormai la cosa meravigliosa sia relegata solo ai film o alle vicende del passato. Oggi come oggi ho l'impressione di essere circondata di "cose banali" o tutt'al più "cose carine". Il meraviglioso dov'è finito?

Vedete, Mark invita Suyin a cena e le dice, fascinoso "Sono simpaticissimo".

Io - IO!!!!! - tutta entusiasta e convinta, invito un uomo a cena e quello, con tono vagamente svogliato, mi risponde : "Sai, sono messo male, molto depresso e demoralizzato... comunque, dai, usciamo".

La prossima volta che le mie amiche mi rimproverano di avere un atteggiamento troppo chiuso e sfuggente, giuro che me le sbrano in stile squalo bianco.

Le sfuggenti torri d'avorio, secondo Mark Eliott, attirano i fulmini. La mia attira al massimo la nuvoletta di Fantozzi.

E se scendo dalla torre e mi dimostro propositiva, disponibile, aperta... vado a beccare il lui in crisi esistenziale, che non si accorge nemmeno dell'opportunità che gli offro e mi fa anzi subito presente che sarà di scarsa compagnia.

Come ha notato una mia amica: "Caspita, questi uomini sanno veramente cosa significa sedurre".

Già, quelli che ne erano capaci devono essere tutti morti in Corea come il povero Mark. Che Dio l'abbia in gloria.

E pensare che un'altra mia amica, tempo fa, mi aveva domandato "E se dopo dieci o quindici anni di rapporto, il tuo uomo ti tradisse?".

Dieci o quindici anni?!

Qui i rapporti non si riescono nemmeno ad iniziare. Come si fa a pensare a quello che potrebbe accadere se dovessero durare?

Nessuno vuole lasciarsi andare. Tutti sono torri d'avorio. Ma così fortificate, da parare anche i fulmini. E la cosa meravigliosa ignora chi non è diposto ad aprire almeno una finestra...

Concludo con una frase di Suyin: "Mi ha fatto bene conoscerti, Mark. Mi hai dimostrato che non tutto il mondo è malato".

Ah, Suyin... Continuo sempre a sperare di poter dire lo stesso a qualcuno, un giorno di questi.

Auguri a tutti. Che il 2008 sia un anno di torri aperte al pubblico.

postato da: Tendresse72 alle ore 14:01 | link | commenti (3) | commenti (3)
categorie: pensieri, amore, cinema, passione
mercoledì, 21 novembre 2007

Mi rispiego

... anche se questo mi provoca crisi d'identità come scrittrice... Perché si presume che con il mezzo scritto dovrei risultare maggiormente comprensibile ed invece a quanto pare non lo sono. Eppure a me sembrava di essere stata chiara.

Roberta scrive:

 L'erotismo con uno sconosciuto...mmm, no.
Un conto è una suggestione erotica, che posso sicuramente procurarmi da una lettura, da un film, da una poesia, da un pensiero, da una presenza, da un intuizione, in questo senso una presenza anche estranea, un profumo, puo' darmi il "la" per mille pensieri.
Ma non è questa la base del VERO erotismo, quello che porta ANCHE alla carnalità.

Un momento, Roberta. Che il vero erotismo sia solo quello che porta anche alla carnalità è la tua opinione. Non la mia. Era questo il punto del mio post. Molto chiaramente, (andare a rileggere per credere), ho preso spunto dalla tua conversazione con quel ragazzo e mi sono chiesta "cos'è il vero erotismo? Passa per il corpo o per la mente? Quel ragazzo parlava di erotismo o invece di carnalità?"

E ho dato la MIA risposta. Ho scritto ciò che il vero erotismo è per me. E per me il vero erotismo è l'erotismo puro, non l'erotismo carnale che io classifico appunto come tale, carnalità.

Quindi la suggestione erotica può non essere la base del vero erotismo per te - e non lo contesto - ma lo è per me.

Il primo rimane un afflato ideale, solitario, personale, ma non si concretizza in un erotismo condiviso.

E chi lo ha detto?

Non è detto che una suggestione erotica nei confronti di uno sconosciuto non possa portare ad una carnalità condivisa con lo stesso. L'attrazione fisica - e la possibilità quindi di pure suggestioni erotiche - conduce spesso alla conoscenza e quindi alla carnalità. Un sacco di racconti erotici, di film, di libri (anche di molte storie che hai scritto tu stessa) iniziano proprio con un istante di pura suggestione erotica tra due sconosciuti. Non a caso la scena di "I ponti di Madison County" coinvolge due perfetti sconosciuti, carnalità successiva compresa.

Laura scrive poi:

Nel senso che l'erotismo c'entra, a mio avviso, fino a un certo punto con le molteplici esperienze carnali. Di sicuro averne diverse aiuta ad acquisire una maggior sicurezza ed esperienza, quindi anche a scoprire e familiarizzare di più con il proprio corpo. è da lì che parte la base del vero erotismo. Dal mio corpo, da come lo percepisco mentre faccio l'amore o mentre fantastico su come sarebbe quando e se...

Dipende dai punti di vista. Può valere per te, ma non per me. Per quanto io manchi di esperienza, mi conosco molto bene e so che l'eccitazione per me è molto cerebrale. Familiarizzare con il mio corpo mi può aiutare a livello tecnico, ma se l'erotismo non si accende nella mia testa intellettualmente farò solo una buona, perfetta ginnastica e di erotico non ci sarà niente. Quindi come vedi, la base del vero erotismo per me è molto diversa dalla tua.

Non può esulare dai sentimenti o dal sesso, non è solo una condizione intellettuale. C'è un filo sottile che lega erotismo intellettuale e percezioni fisiche e quando queste due dimensioni riescono a fondersi insieme, arriva l'erotismo.

No. Arriva la carnalità. Per me il vero erotismo è tutto ciò che viene prima. Nel momento in cui si passa al concreto, si passa al carnale e al sessuale.

Quando Meryl Streep ha quella fantasia nella vasca, vive un momento di erotismo puro. Che però si corona con la realizzazione della fantasia.

Esatto. E' quello che intendevo. Prima lei sperimenta l'erotismo puro e poi lo realizza nella vera carnalità.

Ognuno chiaramente è libero di vedere il vero erotismo dove e come lo vuole.

Io vi ho semplicemente dove e come lo intendo io.

Spero d'essermi spiegata, questa volta.



 

postato da: Tendresse72 alle ore 14:59 | link | commenti (5) | commenti (5)
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lunedì, 19 novembre 2007

L'erotismo... questo sconosciuto?

Mi aggancio a qualcosa che ha scritto Roberta nel suo blog:

"Questa settimana ho avuto un'interessante discussione sull'eros con
un uomo intelligente che mi ha detto che per conoscere davvero
l'erotismo bisogna davvero conoscere molti corpi, che uno o due o
anche tre non bastano".

Uhmm... Uhmm... Uhm...

Con tutto il rispetto per il signore intelligente in questione, che io non conosco, non sono per niente d'accordo con lui. Credo che in ciò che ha affermato ci sia un grosso errore concettuale. Ovvero l'accostamento delle parole "vero erotismo" alla parola "corpi". Questo è un controsenso.

E spiego perché.

Non metto in dubbio che conoscere molti corpi renda molto esperti nel sesso. Nella sua accezione fisiologica, tecnica, pratica. Se io ho molte relazioni sessuali con diversi uomini, sperimenterò misure e prestazioni diverse, tempi di durata diversi, tanti modi di eccitarsi, atteggiamenti svariati nel prima, nel durante e nel dopo, nelle fantasie. Ecc.

Per cui non metto in dubbio che questo signore, se veramente ha avuto l'opportunità di conoscere molti corpi, ne sappia parecchio davvero di sesso.

Tanto di cappello.

Ma è questo il vero erotismo?

Ovvero l'erotismo passa per il corpo... o piuttosto passa soprattutto per la mente?

Il signore più che di erotismo stava secondo me parlando di carnalità.

Ho sempre pensato infatti che l'erotismo, quello vero, sia un puro fatto mentale, che poco abbia a che fare con l'attività sessuale. Non a caso esiste una netta distinzione tra erotismo e pornografia.

E trovo un tantino discriminante che secondo taluni modi di pensare il vero erotismo possa essere pane solo per coloro che hanno la fortuna (o la superficialità in alcuni casi) di sperimentare molti letti.

L'erotismo per me è un'idea, un modo di pensare, di guardare, di sentire, di percepire gli altri. L'erotismo sta in un modo di camminare, in un gesto, in un tono di voce, nell'intenzione dietro una carezza, nella seduzione che traspare dalle caratteristiche uniche dell'altro.

Davvero per capire questo è necessario sperimentare molti corpi?

Rammento una scena molto bella di uno dei film che preferiva mia madre, "I Ponti di Madison County". Conoscete la storia?

Meryl Streep interpreta una casalinga di origine italiana sposata da tempo con un agricoltore della profonda America rurale. Hanno due figli adolescenti. Lui è stato probabilmente il suo unico fidanzato. Insomma questa donna è un chiaro esempio di persona che l'amico di Roberta definirebbe impossibilitata a conoscere il vero erotismo, giusto?

Beh, accade che la famiglia di questa tranquilla casalinga parte per una fiera del bestiame. Staranno via cinque giorni. E in questi giorni, lei incontra per caso un fotografo del National Geografic. Lui è da quelle parti per fotografare i famosi ponti coperti della zona. E... sì, insomma, la natura fa il suo corso e la tranquilla casalinga trascorre cinque giorni parecchio interessanti.

Pensate che ora io scriva che con questo amante lei ha finalmente scoperto il vero erotismo?

No. Non è questo il punto.

Penso ad una singola scena. Accade prima che loro abbiano "consumato". Lei fa il bagno nella vasca dove poco prima lui ha fatto la doccia. E' stesa nel bagnoschiuma e osserva pigramente le gocce che ancora cadono lente dalla doccia. E...

"Realizzai che lui era stato lì, solo pochi minuti prima. Stavo stesa nell'acqua che era scivolata lungo il suo corpo e trovai questo intensamente erotico".

Già. Ecco qua la risposta. Ecco quello che intendo.

Ecco dove io e l'amico di Roberta divergiamo completamente.

Ecco che la tranquilla casalinga, nonostante abbia conosciuto in quel momento solo un corpo, vive un momento di puro, totale, intenso erotismo.

Perché è proprio questo. L'idea, la sensazione, la fantasia, l'aspettativa, l'intenzione, il brivido. La mente che si eccita. Che si prepara alla carnalità. Che si educa al desiderio.

Me lo chiedo perciò un'altra volta e lo chiede anche a voi: occorre davvero conoscere tanti corpi per conoscere l'erotismo?

postato da: Tendresse72 alle ore 17:31 | link | commenti (10) | commenti (10)
categorie: erotismo

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Sono una narratrice di storie, che ama far sognare chi ha voglia di ascoltarla. Se ci riesco, sogno un po' anch'io. Aspetto ancora chi sia capace di far sognare me.

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